Se fosse vera la notte

- Poesie italiane e cinque inediti di Heleno Oliveira -



Giovanni Avogadri


È passato il tempo del "caso" Heleno Oliveira, sconosciuto poeta brasiliano scoperto e pubblicato dal suo stesso mito poetico, Sophia de Mello Breyner Andresen, ovvero la voce più alta della poesia lusitana. Dopo As sombras de Olinda, la silloge postuma trascelta e riunita dal gusto raffinatissimo di Sophia (forse proprio per il suo status di icona, per così dire, della Poesia, in Portogallo tutti la conoscono semplicemente col suo nome), nel maggio scorso la casa editrice Zone di Roma, per l'interessamento e la cura di Mia Lecomte, ha dato alle stampe un volumetto che raccoglie le poesie in italiano, composte da Heleno Oliveira durante il suo soggiorno fiorentino e lusitano, dal 1983 al 1994, anno della sua morte.
La raccolta delle sue poesie italiane nella collana Cittadini della poesia, segna un passo importante nel cammino di quel recente fenomeno culturale conosciuto come letteratura della migrazione.
Scrittori e critici, docenti, traduttori, poeti quali Mia Lecomte, Francesco Stella, Armando Gnisci, Andrea Sirotti, Julio Monteiro Martins, riviste come Semicerchio, El Ghibli, Sagarana, scuole di scrittura, seminari e letture pubbliche: in pochi anni - scrive Mia Lecomte nella sua postfazione al volume - "Si è fatta molta strada, gli scrittori migranti stanno riconfigurando a tutti gli effetti la struttura monolitica della nostra letteratura nazionale, e si può parlare di un vero e proprio movimento fiorito intorno al fenomeno, con le sue diatribe e le sue contraddizioni. Estremamente vitale."-

In questo contesto non può sfuggire il valore di testimonianza e di profezia della vicenda esistenziale e intellettuale-poetica di Heleno Oliveira. Professore di letteratura portoghese e focolarino, negli anni '70 avremmo potuto trovarlo nelle aule universitarie ad insegnare la lingua di Camoes assieme alle canzoni di Caetano Veloso, quando la dittatura ne proibiva la trasmissione radiofonica. Ma a Belem e a Porto Alegre, "il professore" ballava e cantava negli spettacoli dei giovani del complesso "GENSINCO" (segno di contraddizione), di cui scriveva le parole. I giovani del Movimento Gen di Belem hanno da poco raccolto e di nuovo pubblicato in CD quelle canzoni, dalle quali emerge la figura centrale che li aveva affascinati attraverso il Carisma di Chiara Lubich, Gesù - Uomo Mondo - Abbandonato e Risorto che sintetizzava i dolori, le contraddizioni e le speranze del loro Brasile, povero e cristiano, nazione multiculturale, fragile democrazia ripiombata nella dittatura.
L'arrivo in Italia negli anni '80 è per Heleno un evento cruciale. Il mito dell'Europa si infrange ben presto di fronte alla realtà soffocante del consumismo imperante, della colonizzazione nordamericana attraverso la cultura di massa, e Heleno registrava con dolore l'oblio dell'arte, della bellezza, delle radici cristiane nel nostro Bel Paese, al quale con amara ironia fa riferimento più volte nelle liriche che seguono.
Noi, giovani allora, attenti a tutto quanto veniva dal sud del mondo, abbiamo conosciuto da Heleno i racconti del suo Brasile, di quella cultura antropofagica per noi sconosciuta, della identità meticcia di questo continente e la bugia della sua "democrazia razziale"; ma il fatto sconcertante - ed affascinante! - del "magistero errante" di questo intellettuale "corsaro" è stato che questo nordestino ha insegnato a noi, italiani e fiorentini a ri -vedere daccapo il nostro mondo. Ma sentiamo a questo proposito ancora Mia Lecomte nella sua postfazione al volume:

"Oggi, in una situazione di stagnamento politico e culturale, in cui l'italiano è ridotto ad un farfugliamento contaminato da linguaggi mediatici e pubblicitari, in un appiattimento linguistico e letterario in cui la stessa esistenza della poesia è messa a dura prova, non sarà proprio da questa lingua della migrazione, provvidenzialmente e naturalmente rivoluzionaria, vitale, a restituirci finalmente - abortiti tutti i tentativi autoctoni costruiti a tavolino - l'italiano nella sua vera ricchezza, a farne finalmente cantare la poesia?" .

Che questo poeticissimo paradosso possa essere un kairos, un momento favorevole? Certamente la voce di Heleno contribuisce a segnare l'emergere di un paradigma inattuale e per questo necessario: in un mondo globalizzato e spezzato, che si sta abituando al terribile connubio tra "pensiero unico" e "conflitti di civiltà" - utili in definitiva ad una logica imperiale dei rapporti tra gli stati - il paradigma dell'Uomo Mondo (Chiara Lubich) e dell'Uomo Planetario (E. Balducci), che vede in Gesù l'uomo dell'abbandono e della relazione ("Dio Mio perché mi hai abbandonato" e "Che tutti siano una cosa sola" sono le parole chiave di questo paradigma antropologico oltreché spirituale), rappresenta una antropologia capace di "pensare e vivere l'altro" ed ogni alterità.

In effetti Se fosse vera la notte si presenta come il percorso di un viaggio, di un incontro con l'alterità, che prende le sembianze di alcune città. Scrive C.G. Chiellino sull'Avanti!

-"Bisogna riandare alla raccolta "Postkarten" di Edoardo Sanguineti del 1978, per trovare un cantore di città che possa reggere alla forza d'urto con cui il poeta brasiliano Heleno Oliveira entra nella poesia italiana della fine del novecento come cantore di città mediterranee".-

Anzitutto Firenze, icona e segno del'Occidente, come abbiamo detto. Heleno è andato oltre "la denuncia" ed è andato oltre il senso di esilio e di saudade che pure viveva profondamente. Ne sono testimonianza versi come questi :

Per questo non badai al mio dolore
né al ricordo di lotte e del fiorino
cercai il bianco nel verde marmoreo
cercai in santi pittori e poeti.

Fino a giungere alla scoperta: Heleno certamente "viene da Ade", dall'esilio, dall'erranza ma- forse proprio per questo? - riesce a vedere Firenze in modo del tutto nuovo.

Firenze bianco centro di un mondo
dove si può cantare senza il pianto
perché gli dèi e il Verbo ci procurano
la strada felice di un incontro

Ma non si tratta semplicemente di una esperienza "estetica", bensì di una scoperta esistenziale rivoluzionaria: proprio nella terra dei conquistatori Heleno riesce a situare il proprio dolore "sullo sfondo" e a vedere le cose in una nuova prospettiva. E' un riorientamento possibile grazie allo spaesamento e, contemporaneamente alla prospettiva dell'Uomo Mondo a cui facevamo riferimento. Un ri-orientamento che Heleno ha imparato a compiere di fronte alle persone prima che di fronte ai luoghi. Prova ne sia un'altra sezione della silloge, intitolata Galabya. Tale sezione è tutta dedicata alle impressioni colte da un viaggio in Egitto, un viaggio "non turistico", vissuto assieme due giovani egiziani residenti per lavoro a Firenze, che condussero Heleno nella loro patria, in un piccolo pease vicino ad Alessandria che farà subito esclamare al poeta


In un lampo
muore Firenze e il tempo.

Egitto e copto.

Kafr-el-Dawar madre di tutte le città.

Come si vede, lo spaesamento diviene un vero e proprio "metodo di visione", una fenomenologia poetica ed esistenziale che permette scoperte sorprendenti

In questo lembo di terra
più antico di Cristo
e della scoperta della mia America

vorrei passare come una tela
su cui lo sguardo crocifisso

spegne gli idoli.

Poi il ritorno a Firenze, con una nuova, inedita coscienza di sé e della propria capacità di raccontare. In effetti Galabya, raccolta nata in italiano, è stata la prima raccolta per la quale Heleno ha cercato una pubblicazione nel nostro paese.

Se fosse vera la notte.
Il titolo ci dà l'occasione di presentare un'altra sezione di questa raccolta estremamente ricca di contenuti e suggestioni. Esso prende le mosse da un gruppo di poemi nati tutti insieme nell'aprile del 1994. Il tema della notte come luogo della poesia e della vita è un tema centrale di Heleno e questo piccolo gruppo di poemi ne sono una testimonianza. La notte è anzitutto la notte dei mistici, sia gli spagnoli (S. Giovanni della Croce e Santa Teresa d'Avila,), frequentati da sempre da Heleno, che la mistica renana, principalmente Meister Eckart, grande scoperta dei suoi ultimi anni.
Heleno, come dice di lui Vera Araujo, nella presentazione del volume avvenuta lo scorso maggio all'Ambasciata brasiliana di Roma, è stato senz'altro un uomo coraggioso, un nordestino valente, e il suo percorso spirituale e umano, tutto intriso della spiritualità di Chiara Lubich, della quale è stato un seguace e testimone come primo focolarino brasiliano, è approdato ad una spiritualità, radicale, capace di confrontarsi con il negativo, con il senso della assenza di Dio non solo e non tanto vissuta "soggettivamente", ma con la "notte oscura epocale" che incombe - secondo le parole del Papa - sull'Occidente consumista e secolarizzato. Questo orizzonte Heleno lo ha compreso profondamente, e lo ha sapienzialmente vissuto alla luce dell'ascetica e della mistica di Chiara Lubich, riconoscendo e abbracciando nella "notte" la figura dell'Abbandonato-Risorto che è il Personaggio centrale di queste liriche. In esse l'esperienza spirituale si sposa perfettamente con la poetica, con lo sforzo di "dire"

siccome le Tue parole sembrano opache
come certi libri di oggi
e la Tua sposa triste
triste come il bel paese smemorato
faccio fatica a dire
il dire è nulla di vecchio sapore

sforzo costantemente messo alla prova da una ulteriorità della presenza "scandalosa" di Dio sub specie contrarii, così come si esprime nella straordinaria chiusa:

Tu mi dirai
come in certi libri di santi:
"Sono caduto ancora più in basso..."
e io senza sentimento
Ti seguirò.

A distanza di pochi mesi dall'uscita del volume, con nostra grande sorpresa, il "baule di Heleno", un po' come quello di Pessoa, ci ha riservato altri inediti, parte del medesimo gruppo di poesie. Il presente articolo ci pare il luogo migliore per presentare tali inediti che vanno a meglio identificare un aspetto centrale della poetica di Heleno. Trattandosi di poemi esplicitamente religiosi, risulta decisivo analizzare il "corpo a corpo" del poeta con la lingua italiana, lingua di adozione eletta come strumento per la sua nuova posizione nel mondo. Da questo punto di vista vengono in rilievo due dati estremamente significativi.
L'italiano poetico di Heleno è anzitutto divenuto uno strumento perfettamente padroneggiato, in questa fase caratterizzato da una significativa ambivalenza: da una parte l'uso di termini legati al quotidiano per così dire "televisivo" (povera italia, l'ironico Bel paese, il cosiddetto panino, il grande fratello) tesi a descrivere una situazione civile, sociale, epocale caratterizzata dall'assenza di passioni "alte", siano esse civili o politiche o culturali, in un parola dalla banalità del clima post moderno. In questo c'è certamente giudizio e presa di distanza, ma soprattutto una comprensibilissima tristezza, da parte di chi viene dal terzo Mondo e lì ha visto "andare in malora l'uomo", ma, sopratutto, in Heleno avviene che anche questo clima viene assunto e riconosciuto nella grande Figura dell'Abbandono

Perché la Passione va oltre,
il volto di Dio è nell'abbandono degli uomini.

L'altro aspetto nuovo della lingua poetica italiano di Heleno è la risemantizzazione del termine "zeffiro". Un termine di sapore "classico fiorentino", usato con l'intento di evocare la grande stagione della cultura rinascimentale. I riferimenti sono quelli di Marsilio Ficino, Pico, Poliziano, attraverso i quali Heleno subiva il fascino della grandezza di una breve ma straordinaria stagione della cultura occidentale, nella quale era avvenuto un "matrimonio" tra la dimensione "pagana" e quella "cristiana", tra "i semi del Verbo" e l'Evangelo

Firenze porta Dio e porta gli dèi
insolito splendente matrimonio

evento che Heleno definisce

insolita avanguardia che non passa.

Altrove, in un'altra poesia su Firenze, la stessa idea che "l'avanguardia che non passa" sta alle nostre spalle e, al tempo stesso, attende da noi di essere realizzata

Dov'è la piazza l'urlo di popolo
che ha forgiato il sogno del poeta
la lingua aspra e dolce del profeta?

Firenze guarda lucida tranquilla
offre solo se stessa nel silenzio
a noi rifare il suo rinascimento.


Dal punto di vista teologico, la centralità dello "zeffiro"- riferito allo Spirito Santo - che ricorre in quasi tutte le poesie del "ciclo della notte", ci spinge a dire che la poesie religiosa di Heleno è fondata certamente sulla Figura centrale dell'Abbandonato ma anche e in egual misura sulla "epifania del venticello" di cui parla il profeta Elia, universalmente letta come la prefigurazione della esperienza dello Spirito Santo nell'Antico Testamento.
La vita e la poesia di Heleno non sono mai state "semplici" né scontate, né tantomeno caratterizzate da "pacificazioni a buon mercato". Questi esiti poetici testimoniano però l'approdo ad una dimensione d' intimità con lo Spirito, che non va mai disgiunta dalla assunzione del negativo, della assenza, sia essa individuale o epocale. Si tratta della scoperta di una dimensione nella quale l' alterità e l' ulteriorità della esperienza di Dio si incontrano con l'immanenza, con "l'inabitazione trinitaria" della quale parlano i Padri della Chiesa. Eppure il primo ad essere umilmente reticente, riguardo a questa dimensione, è proprio Heleno

qualcuno mi attira nel silenzio. Sotto la veste di un dio
o semplicemente dello zeffiro - ma non oso nominarlo -

Nel manoscritto la parola zeffiro è scritta sempre con la minuscola, eppure essa ricorre con insistenza. Questo ci ha fatto ricordare la parentela stretta che Simone Weil rilevava tra la santità e il nascondimento. Che alla fine della sua vita Heleno stesse attingendo sempre più profondamente alla Fonte di cui aveva sempre desiderato che la sua poesia fosse imbevuta?
Avremo allora una nuova immagine di questo poeta religioso così originale, poeta certamente dell'Abbandono e della Kenosi, dell'orfanezza e del "nichilismo subìto" al proprio arrivo in un Occidente secolarizzato e consumista, ma anche poeta cantore dello Spirito, dello Zeffiro, vissuto come inabitazione trinitaria, ritrovamento di Dio in tutte le cose.

Seguono gli inediti che abbiamo trovato in queste ultime settimane, rimandando per gli altri testi alla silloge più volte citata. Riportiamo anche parte della lettera con la quale Heleno fece dono di questi testi all'estensore dell'articolo.

Giovanni Avogadri

 

Firenze, 8.4.94
Carissimo Giovanni,

Oggi mi sono svegliato con un po' di gioia nel cuore dopo tanto tanto tempo. Sembrano dei secoli perché il tempo dell'anima non si può contare.
E vorrei ringraziare anche te perché con me porti i miei pesi, pesanti e pesantissimi.
Ho cercato come ho potuto di offrire questa tregua a Dio con un certo slancio per essere pronto alla offerta del dolore che verrà.

Ieri tante volte mi è venuto in mente il sogno che hai fatto e desidero fare una poesia. Qualcosa che incominciasse così: " Se fosse vero che è notte…."

Ho continuato a cercare la morte sconosciuta e anonima: Gesù Abbandonato.


Ciao Giov. Scusami ancora di tutto.

Heleno

 

10.04.94
Martoriato tra sorrisi, stupide ragazzine e propaganda
Accanto a uomini e donne che han venduto l'anima
Il Bel Paese dorme inabissato in una fetta di vita
Densa e nascosta. Da anni mi alimenta, occhi chiusi
Bocca chiusa quando, pur guidato dal Grande Fratello,
qualcuno mi attira nel silenzio. Sotto la veste di un dio
o semplicemente dello Zeffiro - ma non oso nominarlo -
la voce
o l'ascolto
aprono tra le macerie postmoderne deboli e urlanti,
il volto di una donna per le strade di Firenze,
l'ascolto dei bimbi ignari e aperti come un cielo,
o ancora quando, per miracolo,
Santa Maria del Fiore è unica,
il bel San Giovanni scende dal cielo,
stanza zeppa di serafini.

Ma lo smog altrove sulle strade
È nell'anima che sceglie l'inferno,
un'America senza Faulkner e Emily Dickinson,
senza Bette Davis e John Ford,
piatta come la vedevo in patria,
assurda disuguaglianza.

Vivere qui è attendere la resurrezione
Di santi poeti e martiri laici.
Ogni vero santo è laico
Perché la Passione va oltre,
il volto di Dio è nell'abbandono degli uomini.

Il grido silente di Anna Maria Ortese per gli animali,
la fuga disperante del Vesuvio che è solo Napoli,
tante altre urla che attraversano le città di sogno,
sono l'eco di santi veri,
dimenticati e soli,
deserto,
Getsemani,
cielo aperto.

 

11.04.1994
-"Vivi come se fosse notte"-.
Brontolo, rido, penso, ascolto la voce amica
Come si ascolta un regista
Maestro di finzioni
E qualche verità.

Questa volta, per riguardo, guardo e taccio.
Lontano mi ribadisce "i peccatori sono amati dal Padre".
Vivo l'attimo carico e fuggente.
Onda altissima senza nessuna pietà.
Pianto arido per la mesta condanna.
Albero senza foglie coperto di veleno.
Altalena fragile speranza.

Ma non amo il tunnel.
Vorrei il Padre.
Vorrei la Madre.
Vorrei fratelli.
Sorelle.
Che stanchezza dover provvedersi.
Che bellezza cupa sapermi.

Vivere come se fosse notte,
restare fisso come un chiodo,
senza programma,
dramma
recitato
a quattro occhi
per quanto ci sia la platea
rumorosa e vincente
povera Italia,
miracolo stanco.

Eppure dopo la durata,
ah, tempo denso e infaticabile,
qualcosa resta,
appena appena un fiore,
umile e schiacciato.

Silente amico
Passa lo zeffiro.

Muta fantasia.
Poesia della poesia.
Scarna, gelida.
Eppure calda.

Ed io, ancora senza volere,
per l'evidenza della bellezza,
vivo la notte,
mi annotto,
m'inchiodo
e cammino.

La finzione diventa ala.
Origine.
Lo stesso grido.
Più cupo.
Più orrido e lucente.

 

19.04. 1994
Ho letto: il Paradiso è sulla terra se il tuo io è morto. E ancora: la sofferenza c'è perché è vivo l'amor di te.
E il distacco, così splendido nei tuoi santi,
appare unica sublime concreta poetica,
alta e lontana come il cielo,
vicina e reale come la terra.

 

22.04.1994
Il vescovo santo,
bambino uomo innamorato
d'ogni scienza e beltà
ha scelto il Crocifisso.

Per questo mi sceglie
In questa giornata ubriaca
Di dolori mute imprecazioni
Richieste non attese
Lontananze.

Inutili le mie ragioni.

Chi è veramente morto parla.
Ti obbliga ad ascoltarlo come la poesia.
Così un'altra ispirazione mi raggiunge.
Più che uno zeffiro.
Oscura notizia.
Lontana e vicina
Sprofonda il cuore
Che tra le lacrime
Va.

 


        
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