PICCOLO CRANIO DI DONNA

Carol Ann Duffy




Un po' stupita, soppeso il mio piccolo cranio di donna tra le mani.
A che assomiglia? A un'ocarina? Soffia nei suoi occhi.
Non può piangere, trattiene il mio fiato solo fin quando espiro,
un po' allarmata ormai, nel buco dove stava il naso,
premo l'orecchio contro il suo ghigno. Un sospiro che svanisce.

Per un po', mi siedo sul coperchio del water con la testa
tra le mani, atterrita. La sento più leggera di quanto pensassi;
il peso di un mazzo di carte, un sottile volume di versi,
ma con qualcos'altro, come se potesse levitare. Inquietante.
Allora perché lo bacio sulla fronte, le calde labbra contro l'osso di carta,

e perché lo porto allo specchio per chiedere una "gottiglia di ghirra" (1)?
Lo sciacquo sotto il rubinetto, guardo la polvere che scorre via, come sabbia
da una cuffia, poi l'asciugo - primogenito - dolcemente
con un panno. Vedo la cicatrice dove cascai per puro amore
giù dalle scale traditrici, e leggo quel giorno in frantumi come braille.

Amore, mormoro al mio cranio, poi, più forte, altre grandi parole,
gridando i sostantivi vuoti nella stanza dalle mattonelle bianche.
Di sotto penseranno che ho perso la testa. No. Piango soltanto
dentro questi due buchi qua, oppure faccio un ghigno per lo scherzo, questa è
una mia amica. Vedi? Tengo la sua faccia fra le mani tremanti di passione.


(Traduzione di Andrea Sirotti e Brenda Porster)


NOTE:
(1) a gottle of geer la tipica frase 'ventriloqua' che si usa per produrre un sorriso artificiale a vantaggio di macchine fotografiche o specchi (come in questo caso).


L'autrice, Carol Ann Duffy

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