NIENTE DI NUOVO SUL FRONTE OCCIDENTALE
( - Cinque brani scelti dal romanzo - )

 

Erich Maria Remarque


(...) Kantorek era il nostro professore: un ometto severo, vestito di grigio, con un muso da topo. Aveva press'a poco la stessa statura del sottufficiale Himmelstoss, “il terrore di Klosterberg”. Del resto è strano che l'infelicità del mondo derivi tanto spesso dalle persone piccole, di solito assai più energiche e intrattabili delle grandi. Mi sono sempre guardato dal capitare in reparti che avessero dei comandanti piccoli: generalmente sono dei pignoli maledetti.
Nelle ore di ginnastica Kantorek ci tenne tanti e tanti discorsi, finché finimmo col recarci sotto la sua guida, tutta la classe indrappellata, al Comando di presidio, ad arruolarci come volontari. Lo vedo ancora davanti a me, quando ci fulminava attraverso i suoi occhiali e ci domandava con voce commossa: “Venite anche voi, nevvero, camerati?”.
Codesti educatori tengono spesso il loro sentimento nel taschino del panciotto, pronti a distribuirne un po' ora per ora. Ma allora noi non ci si dava pensiero di certe cose.
Ce n'era uno, però, che esitava, non se la sentiva. Si chiamava Giuseppe Behm, un ragazzotto grasso e tranquillo. Si lasciò finalmente persuadere anche lui, perché altrimenti si sarebbe reso impossibile. Può darsi che parecchi altri la pensassero allo stesso modo; ma nessuno poté tirarsi fuori; a quell'epoca persino i genitori avevano la parola “vigliacco” a portata di mano. Gli è che la gente non aveva la più lontana idea di ciò che stava per accadere. In fondo i soli veramente ragionevoli erano i poveri, i semplici, che stimarono subito la guerra una disgrazia, mentre i benestanti non si tenevano dalla gioia, quantunque proprio essi avrebbero potuto rendersi conto delle conseguenze.
Katzinski sostiene che ciò proviene dalla educazione, la quale rende idioti; e quando Kat dice una cosa, ci ha pensato su molto.
Per uno strano caso, fu proprio Behm uno dei primi a cadere. Durante un assalto fu colpito agli occhi, e lo lasciammo per morto. Portarlo con noi non si poteva, perché dovemmo ritirarci di premura. Solo nel pomeriggio lo udimmo a un tratto gridare, e lo vedemmo fuori, che si trascinava carponi; aveva soltanto perduto coscienza. Poiché non ci vedeva, ed era pazzo dal dolore, non cercava affatto di coprirsi, sicché venne abbattuto a fucilate, prima che alcuno di noi potesse avvicinarsi a prenderlo.
Naturalmente non si può far carico di questo a Kantorek: che sarebbe del mondo, se già questo si dovesse chiamare una colpa? Di Kantorek ve n'erano migliaia, convinti tutti di far per il meglio nel modo ad essi più comodo.
Ma qui appunto sta il loro fallimento.
Essi dovevano essere per noi diciottenni introduttori e guide all'età virile, condurci al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso; insomma all'avvenire. Noi li prendevamo in giro e talvolta facevamo loro dei piccoli scherzi, ma in fondo credevamo a ciò che ci dicevano. Al concetto dell'autorità di cui erano rivestiti, si univa nelle nostre menti un'idea di maggior prudenza, di più umano sapere. Ma il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa convinzione. Dovemmo riconoscere che la nostra età era più onesta della loro; essi ci sorpassavano soltanto nelle frasi e nell'astuzia. Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata.
Mentre essi continuavano a scrivere e a parlare, noi vedevamo gli ospedali e i moribondi; mentre essi esaltavano la grandezza del servire lo Stato, noi sapevamo già che il terrore della morte è più forte. Non per ciò diventammo ribelli, disertori, vigliacchi – espressioni tutte ch'essi maneggiavano con tanta facilità; – noi amavamo la patria quanto loro, e ad ogni attacco avanzavamo con coraggio; ma ormai sapevamo distinguere, avevamo ad un tratto imparato a guardare le cose in faccia. E vedevamo che del loro mondo non sopravviveva più nulla. Improvvisamente, spaventevolmente, ci sentimmo soli, e da soli dovevamo sbrigarcela.

Prima di andare a trovar Kemmerich, facciamo un pacco della sua roba; ne avrà bisogno nel tornare a casa.
All'ospedale da campo c'è gran da fare. Puzza, come sempre, di creolina, di pus e di sudore. La vita di baraccamento abitua a tante cose, ma qui è facile che uno si senta venir meno. Cerchiamo di rintracciare Kemmerich; è coricato in una sala e ci riceve con una fioca espressione di gioia e di impotente agitazione. Mentre era svenuto, gli hanno rubato l'orologio. Müller scuote la testa: “ Te l'ho sempre detto, un orologio di quel valore non si porta addosso ”.
Müller è un po' balordo, e vuoi sempre avere ragione. Altrimenti starebbe zitto, poiché si vede bene che Kemmerich non uscirà più vivo da questa sala. E dunque, che trovi o no il suo orologio, che cosa importa? Tutt'al più si potrà mandarlo, dopo, alla famiglia.
“ Come va, Cecco?” domanda Kropp. Kemmerich reclina il capo: “Così, così ma mi duole maledettamente il piede”. Guardiamo la sua coperta. Ha la gamba sotto un archetto di ferro, e sopra si stende greve la coltre. Do una pedata di nascosto a Müller, perché sarebbe capace di dire a Kemmerich ciò che gli infermieri fuori ci hanno raccontato: che il piede non c'è più, perché la gamba è amputata.
Ha un brutto aspetto, giallo e livido; sul viso si profilano già le strane linee che conosciamo tanto bene per averle osservate centinaia di volte. Non sono nemmeno linee, ma piuttosto segni. Sotto la pelle la vita non pulsa più, respinta fino ai margini del corpo; la morte si fa strada dall'interno, e domina già gli occhi. Eccolo là, il nostro compagno Kemmerich, che poc'anzi cucinava con noi carne di cavallo e gironzolava per le trincee; è ancora lui, eppure non è già più lui, la sua figura si è sfumata, è diventata incerta come una lastra su cui si siano prese due vedute. Persino la sua voce suona spenta come cenere.
Il mio pensiero ritorna al giorno della partenza. Sua madre, una buona grassona, lo accompagnò alla stazione; piangeva senza requie, ne aveva il volto tutto gonfio; Kemmerich ne era imbarazzato, perché fra tutte era quella che meno sapeva contenersi; si liquefaceva addirittura in grasso e in lagrime. Per di più si era fissata sopra di me, ogni momento mi afferrava il braccio, supplicandomi di aver cura laggiù del suo Cecchino. Bisogna dire che lui aveva proprio una faccia da bambino, e ossa così tenere che dopo quattro settimane di zaino già aveva i piedi piatti. Ma come si fa ad aver cura di qualcuno, in trincea!
“ Ora te n'andrai a casa” dice Kropp: “per la licenza avresti dovuto aspettare ancora tre o quattro mesi”. Kemmerich fa cenno di sì, col capo. Non posso guardare le sue mani, sembrano di cera. Sotto le unghie lo sporco della trincea prende una tinta nero-bluastra, come un veleno. Mi viene in mente che queste unghie continueranno a crescere come spettrali fungosità sotterranee, un pezzo ancora dopo che Kemmerich avrà cessato di respirare. Vedo la cosa come se l'avessi davanti agli occhi: le unghie si torcono a guisa di cavaturaccioli, e crescono e crescono, e con esse i capelli del cranio putrefatto, come l'erba su buona terra: chi sa come...
Müller si china: “Ti abbiamo portato la tua roba, Cecco”.
Kemmerich fa un cenno con la mano: “Mettetela sotto il letto”.
Müller eseguisce; Kemmerich riattacca con l'orologio; come rassicurarlo senza metterlo in sospetto?
Müller ripesca sotto il letto un paio di stivali d'aviatore; magnifiche calzature inglesi, di fine cuoio, che giungono sino al ginocchio e vi si allacciano: un oggetto molto ambito. Müller si entusiasma a vederli, li confronta coi propri scarponi così grossi e goffi, e domanda: “Vuoi portarli con te, Cecco?”.
Tutt'e tre abbiamo lo stesso pensiero: anche se guarisse non potrebbe adoperarne che uno, quindi non hanno per lui nessun valore. Nella condizione in cui si trova, è un gran peccato lasciarli qui; lui morto, i soldati di sanità li faranno naturalmente subito passare in cavalleria. E Müller torna alla carica: “Non vuoi lasciarli qui?”.
Kemmerich non vuole: sono la sua cosa migliore.
“ Si potrebbe fare un cambi ” insiste Müller: “qui fuori questa roba serve”. Ma Kemmerich non si lascia smuovere. Io schiaccio un piede a Müller, che, esitante, ripone i bei stivali sotto il letto.
Parliamo ancora un poco e poi lo salutiamo: “In gamba, Cecco”.
Gli prometto di ritornare l'indomani: anche Müller parla di tornare; pensa agli stivali e vuoi montarci la guardia.
Kemmerich ha il respiro greve per la febbre. Fuori fermiamo un infermiere, e cerchiamo di persuaderlo a fargli un'iniezione. Ma quello rifiuta: “Se dovessimo dar la morfina a tutti, non basterebbero dei barili”.
“ Si vede che non servi che gli ufficiali” osserva Kropp iroso.
Mi interpongo prontamente e comincio coll'offrire al pappino una sigaretta, che egli accetta; allora gli domando: “Ma tu sei poi autorizzato a far iniezioni?”.
Offeso, replica: “Se non lo credete, che cosa venite a domandarmi...”
Gli metto in mano un altro paio di sigarette: “Ascolta, facci questo piacere...”. “Va bene ” dice lui; Kropp torna dentro insieme, perché non si fida, e vuoi vedere. Noi aspettiamo fuori.
Müller mi attacca un altro bottone con quei benedetti stivali: “Mi andrebbero a pennello. Con queste barche che porto ai piedi, a ogni marcia sono vesciche. Credi che la duri fino a domani, all'ora della libera uscita? Se muore nella notte, i suoi stivali li vediamo col binocolo”.
Alberto ritorna: “Credete...?” domanda.
“ Non ne parliamo più” conclude Müller.
Ritorniamo alle baracche. Penso alla lettera che dovrò scrivere domani alla madre di Kemmerich. Ho freddo, vorrei bere un cicchetto. Müller strappa fili d'erba e li mastica. A un tratto, il piccolo Kropp getta via la sigaretta, vi pesta su i piedi furiosamente, gira intorno gli occhi stralunati, il viso sfatto, e mugola: “Che schifo! Che porco maledetto schifo!”.
Noi seguitiamo a camminare a lungo il silenzio. Kropp si è calmato: sappiamo bene di che cosa si tratta: è la rabbia della trincea; ognuno ci casca, almeno una volta.
Müller gli domanda: “Kantorek che cosa ti ha scritto ”.
Egli ride: “Che noi siamo la gioventù di ferro”. Ridiamo tutti e tre, amaramente, Kropp impreca, lieto di potersi sfogare.
Già, la pensano così; così la pensano i centomila Kantorek! Gioventù di ferro. Gioventù! Nessuno di noi ha più di vent'anni. Ma giovani? La nostra gioventù se n'è andata da un pezzo. Noi siamo gente vecchia.

 

(...) Eccomi seduto al capezzale di Kemmerich; è sempre più giù, poveretto. Intorno a noi c'è molta confusione. È arrivato un convoglio di feriti, si stanno scegliendo i trasportabili. Il medico passa davanti al letto di Kemmerich, ma non si ferma neppure a guardarlo.
“ Sarà per la prossima volta, Cecco” gli dico. Egli si solleva un po' sui gomiti: “Sai, mi hanno amputato”.
Dunque ora lo sa. Io gli accenno di sì, col capo, e soggiungo: “Sii contento di essertela cavata così”. Ma lui tace. Io continuo: “Potevano esser tutt'e due le gambe, Cecco. Wegeler ha perduto il braccio destro: è molto peggio. Così te ne vai a casa”.
Mi guarda in faccia: “Credi?”.
“ Ma naturale.”
E lui di nuovo: “Credi?”.
“ Ma certo, Cecco. Non hai bisogno che di rimetterti un poco dall'operazione.”
Mi fa cenno di avvicinarmi. Mi chino sopra di lui, e lo sento mormorare: “Io non lo credo”.
“Non dir sciocchezze, Cecco; te ne convincerai tu stesso, fra qualche giorno. Che cos'è poi, una gamba amputata? Qui si aggiustano ben altri guai.”
Egli solleva una mano: “Guarda un po' queste dita”.
“ Effetto dell'operazione. Devi mangiare, vedrai che ti rimetti subito. Il vitto è buono, almeno?”
Mi indica una scodella, ancora mezza piena. Io faccio finta d'arrabbiarmi: “Cecco, devi mangiare. Mangiare è la cosa principale. Il vitto è ottimo, qui”.
Ma lui rifiuta, e dopo una pausa dice lentamente: “Volevo diventare ispettore forestale, una volta”.
“ Puoi esserlo ancora” lo consolo io. “Si fanno oggi delle protesi straordinarie, non ti accorgi neppure che ti manca qualche cosa. Attaccano l'arto artificiale ai muscoli direttamente. Nella protesi delle mani si possono persino muovere le dita, lavorare, magari scrivere. E poi ne inventeranno ancora...”
Egli rimane un pezzo in silenzio, poi dice: “Puoi portare a Müller i miei stivali”.
Accenno di sì, e penso che cosa potrei dire ancora per rianimarlo un poco. Le sue labbra sono slavate, la bocca è diventata più grande, i denti sporgono in fuori, come di gesso. La carne se ne va, la fronte sembra più ampia, gli zigomi si disegnano più forti. Lo scheletro affiora a poco a poco, gli occhi si infossano. Fra un paio d'ore sarà finita.
Non è il primo che vedo in questo stato. Ma siamo cresciuti insieme, e ciò conta pure qualcosa. Ho copiato i suoi cómpiti: a scuola portava quasi sempre un abito scuro, a cintura, logorato ai gomiti. Era il solo fra noi che sapesse fare il salto mortale alla sbarra fissa; quando lo eseguiva, i capelli, che aveva come di seta, gli volavano sul viso: Kantorek perciò ne andava fiero. Ma non poteva sopportare la sigaretta: aveva la pelle bianchissima, e qualche cosa di femmineo in tutta la persona.
Mi guardo gli scarponi, grandi e goffi, in cui entrano con grosse pieghe i pantaloni; in quei tubi si ha l'aspetto forte e robusto: ma quando al bagno ci spogliamo, riveliamo ad un tratto la gracilità delle gambe e delle spalle. Allora non siamo più soldati, ma quasi ancora fanciulli; nessuno ci crederebbe capaci di portare lo zaino. È un curioso momento, quando siamo nudi; ritorniamo borghesi e per un istante ci par quasi di esserlo.
Francesco Kemmerich al bagno pareva piccolo e sottile, come un fanciullo. Ora è lì, disteso; perché poi? Vorrei far sfilare tutto il mondo davanti a questo letto, e dire: “Questi è Franz Kemmerich, diciannove anni e mezzo; non vuoi morire. Non lasciatelo morire!”.
Le idee mi si confondono. Quest'aria che puzza di creolina e di bruciato ingorga i polmoni, è un'aria pigra e densa, che soffoca.
Si fa buio. Il volto di Kemmerich si sbianca, spicca sui cuscini con tale pallore che pare risplenda. La bocca si muove adagio. Mi avvicino e lo sento mormorare: “Se trovate il mio orologio, mandatelo a casa”.
Non contraddico più: non c'è più scopo. Persuaderlo ormai è impossibile. La mia impotenza mi affligge; quella fronte dalle tempie incavate, quella bocca tutta denti, quel naso sottile! E la povera grassona che piange a casa, a cui bisognerà pure scrivere: almeno avessi già spedito la lettera! Infermieri vanno e vengono intorno, con boccette e con secchie. Uno si avvicina, getta uno sguardo a Kemmerich e si allontana; probabilmente aspetta, avrebbe bisogno di utilizzare quel letto.
Io mi stringo al mio povero Cecco e parlo, come se con ciò lo potessi salvare: “Forse andrai al convalescenziario sul Klosterberg, Franz, sai, in mezzo ai villini. Dalla finestra allora puoi vedere tutta la campagna, fino ai due alberi all'orizzonte. E la stagione più bella ora, quando il grano matura; verso sera, sotto il sole, i campi sembrano di madreperla. E il viale dei pioppi lungo il fiume, dove andavamo a pescare, ricordi? Potrai di nuovo farti un acquario, e allevare i pesci, potrai uscire senza domandare permesso a nessuno, e perfino suonare il pianoforte, se vuoi”.
Mi chino sul suo volto, ora tutto in ombra. Respira ancora, piano. Ha la faccia bagnata, piange. Bel lavoro che ho combinato, con le mie stupide ciarle!
“ Ma Cecco!” Gli abbraccio le spalle e metto la mia testa accanto alla sua. “Vuoi dormire, ora?”
Non risponde: le lagrime gli colano sulle guance. Vorrei asciugarle, ma il mio fazzoletto è troppo sporco.
Passa un'ora; sospeso al suo volto ne spio ogni espressione, se per caso volesse dire ancora qualcosa. Oh se aprisse quella bocca, a gridare! Ma no, non fa che piangere, con la testa piegata da un lato. Non parla della sua mamma, dei fratelli, non dice nulla; ha lasciato già dietro di sé tutto ciò: oramai è solo, solo con la sua piccola vita di diciannove anni; e piange perché essa lo abbandona.
Questo è il più disperato e più grave congedo a cui abbia assistito: quantunque sia stato terribile anche per Tiedjen; un colosso, forte come un orso, che urlava invocando la madre e terrorizzato, gli occhi stravolti, con una baionetta teneva lontano il medico, finché si accasciò all'improvviso.
Ed ecco che Kemmerich comincia a rantolare. Salto in piedi, brancolo fuori della sala, chiamando:
“ Dov'è il medico? Dov'è il medico?”. Quando vedo la tunica bianca lo afferro: “Venga presto, Franz Kemmerich muore”.
Lui si libera con uno' strattone e domanda all'infermiere che gli sta accanto: “Che cosa dice?”.
Quello risponde: “Letto 26; amputazione del femore”.
“ Che diamine volete che ci faccia” m'investe: “ho amputato cinque gambe oggi”; mi spinge da parte, dice all'infermiere: “Guardate un po' voi” e corre alla sala operatoria.
Io fremo di rabbia, mentre cammino accanto all'infermiere. Egli mi guarda in faccia e dice: “Una operazione dopo l'altra; da stamane alle cinque; roba da pazzi, ti dico; oggi ancora sedici morti; il tuo è il diciassettesimo. Arriveremo certamente a venti...”.
Mi sento venir meno, non ne posso più. Non ho più la forza di bestemmiare, a che scopo? Vorrei lasciarmi cadere a terra e non rialzarmi mai più.
Eccoci al letto: Kemmerich è morto. Ha la faccia ancora umida di pianto. Gli occhi sono semiaperti, gialli come vecchi bottoni di corno.
L'infermiere mi dà una gomitata: “Vuoi prendere la sua roba?”.
Faccio cenno di sì. Lui prosegue: “Bisogna portarlo via subito, il letto ci occorre d'urgenza. Guarda fuori, sono distesi per terra”.
Prendo la roba, distacco a Kemmerich la piastrina di riconoscimento. L'infermiere domanda il libretto personale: non si trova. Dev'essere rimasto in fureria, dico io, e me ne vado. Dietro di me stanno già tirando Kemmerich su un telo da tenda.
Fuori, l'oscurità ed il vento sono come una liberazione. Respiro a pieni polmoni, l'aria mi alita in volto calda e dolce come non mai. Immagini di ragazze, di praterie in fiore, di nuvole bianche mi attraversano il cervello. 1 miei piedi si muovono sempre più presto, sempre più presto, di corsa. Passano dei soldati, i loro discorsi mi eccitano senza ch'io capisca. La terra è percorsa da fluidi che per le piante dei piedi si trasfondono in me. La notte è carica d'elettricità, il brontolio del fronte sembra una lontana musica di tamburi. Le mie membra si muovono snodate, sento i tendini agili nel moto, respiro, soffio, mi scuoto. La notte vive, io vivo. Ho appetito, una fame grande che non viene dallo stomaco.
Müller mi aspetta davanti alle baracche. Gli consegno gli stivali: entriamo, li prova. Gli calzano come un guanto.
Egli fruga nelle sue provviste e mi offre un bel pezzo di salsiccia. E poi tè bollente, e rum.

 

(...) L'urlo non vuole cessare: non possono essere uomini, quelli che gridano così terribilmente.
Kat dice: “Cavalli feriti”.
Non m'è mai accaduto di udire cavalli gridare, e quasi non ci posso credere; quella che geme laggiù è tutta la miseria del mondo, è la povera creatura martirizzata, un dolore selvaggio, atroce, che ci fa impallidire. Detering si rizza: “Assassini! Assassini! Ma ammazzateli perdio!”.
Egli è agricoltore, ha confidenza coi cavalli: la cosa lo tocca da vicino. E come a farlo apposta, il fuoco ora quasi tace, sicché l'urlo delle bestie si leva più chiaro. Non si sa donde possa venire, in questo paesaggio argenteo, ora così tranquillo; è invisibile, spettrale, dappertutto, fra la terra e il cielo, si allarga smisurato, enorme. Detering diviene furibondo e urla: “Ma sparate, uccideteli dunque, sacr...!”.
“ Prima devono portar via i feriti” osserva pacato Kat.
Ci alziamo e andiamo a cercare dove siano queste bestie. A vederle sarà più sopportabile. Meyer ha con sé un cannocchiale. Vediamo un gruppo oscuro di portaferiti con barelle, e poi masse nere, più grosse, che si muovono. Sono quelli i cavalli feriti. Ma non tutti: molti galoppano lontano, si abbattono e poi riprendono a correre. Uno ha la pancia squarciata, le interiora pendono fuori. La povera bestia vi s'impiglia con le gambe, stramazza, si rialza. Detering imbraccia il fucile e mira. Kat lo devia, sicché il colpo va in aria.
“ Sei matto?” Detering trema e getta a terra il fucile. Ci accoccoliamo per terra e ci turiamo le orecchie. Ma l'orribile lamento, quel gemere, quel pianto, penetra dovunque, e si ode sempre.
Tutti abbiamo imparato a sopportare qualcosa: ma qui il sudore ci imperla la fronte. Si vorrebbe alzarsi e fuggire, non importa dove, solo per non udire più quei gridi. E dire che non sono uomini, ma soltanto poveri cavalli.
Dal gruppo oscuro si staccano alcune barelle. Poi alcuni colpi. Le masse nere dei cavalli esitano, si afflosciano. Finalmente! Ma non è finita ancora. Gli uomini non riescono ad avvicinarsi ai cavalli feriti che, terrorizzati, scorrazzano qua e là tutto, il dolore nelle gole spalancate. Una delle figure nere mette un ginocchio a terra; si ode un colpo: un cavallo si abbatte, ancora uno. L'ultimo punta sulle gambe davanti, e si gira in tondo come una giostra; si gira in cerchio con la groppa a terra; avrà la spina dorsale fracassata. Un soldato accorre e lo abbatte: lento, umile, scivola a terra.
Ci togliamo le mani dalle orecchie. Il gridare è cessato: solo è nell'aria un lungo gemito, che va spegnendosi lentamente. E poi non v'è più nulla, altro che lo squittire dei razzi, la canzone delle granate e le stelle: e ciò sembra persino strano.
Detering se ne va, bestemmiando: “Vorrei un po' sapere che colpa hanno loro”. Di lì a poco si riavvicina a noi, e con voce vibrata, quasi solenne, afferma: “Ve lo dico io, l'infamia più grande è che si faccia fare la guerra anche alle bestie”,

Torniamo indietro: è tempo di raggiungere gli autocarri. Il cielo comincia a sbiancare: tre ore di mattina. Spira un venticello fresco, l'ora smorta rende grigi i nostri volti.
In fila indiana brancoliamo avanti fra trincee e buche e torniamo nella zona della nebbia. Katzinski è inquieto: cattivo segno.
“ Che hai, Kat?” domanda Kropp.
“ Vorrei essere già a casa.” A casa, vale a dire alle baracche.
“ Ormai manca poco, Kat.”
Ma lui è nervoso. “Non so, non so...”
Eccoci alle trincee d'approccio, e poi ai prati. Spunta il piccolo bosco: qui conosciamo il terreno a palmo a palmo. Ecco il cimitero del battaglione cacciatori, coi suoi tumuli e le sue croci nere...
Ma in questo istante si ode dietro a noi un sibilo che si gonfia, scroscia, tuona. Ci buttiamo a terra, e cento metri davanti a noi si leva una nuvola di fuoco.
Un minuto dopo una seconda esplosione solleva una porzione del bosco; tre, quattro alberi sono proiettati in aria e volano in schegge. E già fischiano altre granate, con un rumore di caldaia a vapore: fuoco intenso.
“ Coprirsi!” grida qualcuno: “Coprirsi!”.
La prateria è piana, la foresta troppo distante e pericolosa; non si vede altra copertura che il cimitero e i tumuli delle tombe. Vi corriamo tastoni, nel buio, e subito ciascuno è come incollato dietro una tomba.
Era tempo. Nell'oscurità si scatena un delirio; tutto ondeggia e infuria. Cose nere, più nere assai della notte, precipitano gigantesche su di noi, passano sopra di noi. Il fuoco delle esplosioni getta sprazzi sul cimitero. Non v'è scampo in nessuna parte; nel lampeggiare delle granate arrischio un'occhiata alla prateria: sembra un mare in burrasca, le vampe dei colpi saltano su come getti di fontana. Attraversare un simile inferno è impossibile.
Il boschetto scompare, calpestato, lacerato, stracciato. Dobbiamo rimanere qui, nel cimitero.
La terra scoppia davanti a noi. Dovunque piovono zolle. Sento uno strappo. Ho la manica lacerata da una scheggia. Stringo il pugno: nessun dolore, Ma ciò non mi rassicura, le ferite non dolgono che più tardi. Passo la mano sul braccio: graffiato, ma sano. Uno schiocco al cranio, da farmi perdere la conoscenza: ho in un lampo il pensiero: non svenire! Affondo un momento in una pozzanghera nera, e ne emergo subito. Una scheggia ha colpito il mio elmetto, ma veniva da così lontano che non l'ha perforato. Mi asciugo il fango sugli occhi. Davanti a me è spalancata una buca, che riconosco confusamente. Le granate non ricascano facilmente nello stesso buco, perciò mi ci posso calare. Pronto, mi allungo, stendendomi piatto sulla terra; ma ecco un altro fischio: mi rannicchio, cerco istintivamente di coprirmi, sento qualcosa alla mia sinistra, mi ci avvinghio, essa cede, io gemo, la terra si apre, la pressione dell'aria tuona nelle mie orecchie, io mi appiatto sotto la cosa che cede, è legno, stoffa, copertura: un riparo, un miserabile riparo contro le schegge che schioccano giù.
Apro gli occhi: le mie dita hanno avvinghiato una manica, un braccio. Un ferito? Gli grido qualcosa; non risponde: un morto. La mia mano afferra qualcos'altro, schegge di legname; allora capisco: siamo coricati in un cimitero...
Ma il fuoco è più forte d'ogni altra cosa: esso annulla le riflessioni: io mi appiatto ancora più in fondo, sotto la bara: essa ha da proteggermi, vi sia pur dentro la morte in persona.
La fossa sta spalancata davanti ai miei occhi, che vi si aggrappano come se fossero mani: in un salto bisogna ch'io sia dentro. Ma ecco qualcosa mi percuote in viso, una mano afferra la mia spalla; è il morto che si risveglia? La mano mi scuote: io volgo la faccia, nel bagliore di un secondo distinguo il viso di Katzinski. Ha la bocca spalancata e urla qualcosa ch'io non arrivo a sentire: continua a scrollarmi, si avvicina; e in un momento di minor rumore, le sue parole mi raggiungono: “Gas! Gas! Gas! Passa la voce!”.
Metto mano alla maschera... a qualche distanza da me qualcuno è disteso. Non penso più ad altro: “Bisogna dirglielo. Gaas! Gaaas! .. ”
Io grido, mi trascino vicino a lui, lo picchio coll'astuccio della maschera, ma non sente nulla; ancora, ancora; lui non fa che rannicchiarsi, è una recluta. Guardo disperato Kat, che ha già messo la maschera; allora anch'io sciolgo la mia, l'elmetto ruzzola accanto, me la metto sulla faccia, raggiungo l'uomo, la sua maschera è a portata della mia mano: l'afferro, gliela infilo sulla testa, lascio la presa, e di colpo mi trovo in fondo alla fossa.
Lo schiocco sordo delle bombe a gas si mescola al fragore degli esplosivi. Tra le esplosioni si ode l'allarme della campana, dovunque ripetuto dai gong, dai tam-tam metallici. Gas! gas! gas!
Un tonfo accanto a me, un altro, un altro ancora. Io pulisco gli occhiali della mia maschera, appannati dal respiro. E Kat, Kropp, chi altri ancora. Siamo coricati in quattro, vigili, ansiosi, e cerchiamo di respirare più debolmente che ci sia possibile.
Questi primi momenti con la maschera calata, decidono della vita e della morte di un uomo: sarà impenetrabile? Ho presenti le orribili cose viste all'ospedale: gli abbruciati, che soffocando giorno per giorno vomitano pezzo per pezzo i polmoni abbreviati.
Respiro con cautela, la bocca compressa contro la valvola. Ecco che il vapore mefitico striscia sul terreno e scende in ogni avvallamento. Come uno smisurato mollusco esso si insinua, affonda i tentacoli nella nostra buca. Tocco Kat col gomito; sarebbe meglio arrampicarci fuori e coricarci distesi sul terreno, anziché qui ove il gas si raccoglie più denso. Ma non è possibile. Comincia una seconda gragnuola di fuoco. Non sono più i pezzi che sparano, è il suolo stesso che va sossopra.
Con uno schianto, qualcosa di oscuro precipita in mezzo a noi e ci sfiora interrandosi: un feretro, lanciato in aria da un'esplosione.
Vedo che Kat si muove e mi avvicino a lui carponi. Il feretro ha schiacciato il braccio disteso del quarto uomo che è con noi nella beva. Istintivamente il poveretto cerca di strapparsi coll'altra mano la maschera. Ma Kropp è pronto ad afferrargli il braccio, e glielo ripiega contro le reni mantenendovelo a viva forza.
Intanto Kat e io ci accingiamo a liberare il braccio ferito. Il coperchio della cassa è aperto e rotto, sicché è facile strapparlo. Gettiamo fuori il cadavere, che come un sacco cade a terra: poi cerchiamo di disincagliare la parete inferiore della cassa.
Per fortuna il ferito perde conoscenza, sicché anche Alberto ci può aiutare. Non abbiamo più bisogno di tante cautele e lavoriamo a tutta forza finché la cassa con un gemito non cede alla leva delle nostre palette.
Ormai si è fatto più chiaro. Kat prende un pezzo del coperchio, lo pone sotto il braccio fracassato, e intorno avvolgiamo tutte le bende dei nostri pacchetti di medicazione. Più di così per il momento non si può fare.
Ho la testa che mi ronza e mi rimbomba sotto la maschera, mi pare che debba scoppiare. I polmoni sono sforzati, debbono di continuo respirare la medesima aria calda e corrotta; le arterie delle tempie si gonfiano, pare di soffocare.
Una leve grigiastra filtra giù fino a noi. Il vento soffia sopra il camposanto. Mi sporgo sull'orlo della fossa; nel crepuscolo sporco vedo davanti a me una gamba strappata col suo stivale perfettamente intatto: tutto questo scorgo in un baleno. Ma, a pochi metri di distanza, vedo ora qualcuno alzarsi; pulisco gli occhiali che per l'emozione subito mi si appannano di nuovo: quello già non porta più la maschera!
Aspetto qualche secondo, egli non stramazza al suolo, si guarda intorno e fa qualche passo: vuoi dire che il vento ha disperso il gas, che l'aria è libera. Allora rantolando strappo anch'io la maschera e cado lungo disteso; l'aria fluisce in me come una corrente d'acqua gelata, gli occhi mi vogliono schizzare fuori dalle orbite, l'onda mi sommerge e per un momento perdo conoscenza.

 

(...) È l'ora della benedizione. Scende la notte, fumano le nebbie dai camminamenti. Le buche sembrano riempirsi di spettri e di misteri. II bianco vapore serpeggia pavidamente, prima che osi sormontare i parapetti. Poi, lunghe strisce si stendono di trincea in trincea, di beva in beva.
Fa fresco. Io son di sentinella e sbarro gli occhi nell'oscurità. Mi sento fiacco, come sempre dopo un'azione, e perciò mi riesce duro restare solo coi miei pensieri. In realtà, pensieri non sono, ma piuttosto ricordi, che m'assalgono nella mia debolezza e mi muovono l'anima in guisa strana.
I razzi brillano alti, ed io vedo una chiara notte d’estate: mi trovo nel chiostro del Duomo e guardo i cespi di rose fiorenti in mezzo al piccolo cimitero, ove sono sepolti i vecchi canonici. Intorno sorgono i gruppi di pietra delle stazioni del Rosario. Non c'è anima viva; un gran silenzio cinge il rettangolo fiorito, il sole riscalda le grosse pietre grigie, sicché la mia mano posandovisi, ne carezza il calore. Sopra il tetto d'ardesia la verde torre della cattedrale si slancia nel pallido e molle azzurro della sera. Tra le colonnette del chiostro ancora illuminate, si indovina la fresca oscurità che soltanto le chiese sanno dare, e io me ne sto lì immobile, e penso che a vent'anni saprò le cose mirabili e inquietanti che vengono dalle donne.
Il quadro è così stranamente vicino che mi par di toccarlo, prima che il lampo del prossimo razzo lo faccia sparire.
Stringo il mio fucile e ne rettifico la posizione. La canna è umida; la serro nella mano e ne asciugo l'umidità con le dita.
Fra i prati, dietro la nostra città, si alzava presso un ruscello una fila di alti pioppi. Erano visibili da lontano, e la chiamavano l'allea dei pioppi, quantunque si allineassero tutti da una parte sola. Già da ragazzi avevamo una predilezione per quei vecchi alberi, che ci attraevano con un loro fascino inesplicabile; per giornate intere, sdraiati alla loro ombra, ne ascoltavamo il sussurro. Seduti sulla riva abbandonavamo i piedi all'onda chiara e rapida del ruscello. Il puro odore dell'acqua e la melodia del vento nelle fronde dominavano la nostra fantasia; li amavamo molto davvero, i vecchi pioppi, e l’immagine di quei giorni lontani mi fa battere il cuore, prima di scomparire.
Strano che tutti i ricordi che tornano abbiano due qualità. Sono pieni di silenzio; è questa anzi la loro virtù più forte, e rimangono tali anche se la realtà fu diversa. Sono visioni mute che mi parlano con lo sguardo e coi gesti, ed è il loro silenzio che mi commuove nel profondo, che mi obbliga a toccare la manica del cappotto od il fucile per non lasciarmi andare in questo abbandono, in questo dissolvimento in cui il mio corpo vorrebbe dilatarsi e dileguarsi verso le misteriose forze che si celano dietro le cose.
Le immagini sono silenziose, proprio perché il silenzio qui è inconcepibile. Non vi è silenzio al fronte, e il dominio del fronte giunge così lontano che non ci avviene mai di uscirne. Anche nei depositi arretrati e nei quartieri di riposo il ronzio, il sordo brontolio del fuoco lontano persistono nelle nostre orecchie. Non ci si porta mai così indietro che si arrivi a non sentirlo più. In questi giorni poi è stato insopportabile.
E il silenzio fa sì che le immagini del passato non suscitino desideri ma tristezza, una enorme sconsolata malinconia. Quelle cose care furono, ma non torneranno mai più. Sono passate, sono un mondo diverso, perduto per sempre. Finché eravamo in caserma destavano in noi una selvaggia e ribelle bramosia, perché erano ancora congiunte a noi, ci appartenevano e noi appartenevamo ad esse, quantunque ne fossimo separati.
La loro immagine sorgeva allora con le canzoni, che cantavamo marciando alle esercitazioni, verso la radura, presso il margine delle foreste profilantisi nere sul rosso dell'aurora; erano, allora, un ricordo veemente in noi, e da noi stessi evocato.

Ma qui in trincea quel mondo si è perduto. Il ricordo non sorge più; noi siamo morti, ed esso ci appare lontano all'orizzonte come un fantasma, come un enigmatico riflesso, che ci tormenta e che temiamo e che amiamo senza speranza. Forte senza dubbio, come la nostra bramosia ma irrealizzabile, e noi lo sappiamo. Un'aspirazione vana, come sarebbe quella di diventar generale.
E se anche ce lo restituissero, questo paesaggio della nostra gioventù, non sapremmo più bene che farne. Le delicate e misteriose energie, che da esso si trasfondevano in noi, non possono rinascere. Noi vi potremmo bensì vivere, circolare, ricordarci in esso, ed amarlo e commuoverci alla sua vista; ma sarebbe la stessa cosa di quando guardiamo la fotografia d'un compagno morto: sono i suoi tratti, è il suo volto, e i giorni che abbiamo passati insieme riacquistano nella memoria una vita fittizia: ma non è lui.
Non saremo mai più legati al nostro dolce paese, come fummo un tempo. Non era già la conoscenza della sua bellezza né del suo carattere quella che ci attirava, ma un senso di comunanza, questa fraternità nostra con le cose e con gli eventi della nostra vita, che ci separava dal resto e ci rendeva un poco incomprensibile anche il mondo dei nostri genitori: perché, non so come, eravamo sempre e teneramente abbandonati, perduti in quell'amore, e la più piccola cosa ci conduceva sempre sul sentiero dell'infinito. Era, forse, il privilegio della nostra giovinezza? Noi non vedevamo limiti, il mondo intorno a noi non aveva fine, e nel sangue palpitava l'attesa, che ci faceva una cosa sola con lo scorrere dei nostri giorni.
Oggi nella patria della nostra giovinezza noi si camminerebbe come viaggiatori di passaggio: gli eventi ci hanno consumati; siamo divenuti accorti come mercanti, brutali come macellai. Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo forse vivere, nella dolce terra: ma quale vita? Abbandonati come fanciulli, disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti.

 

(...) Per una mattinata intera due farfalle volteggiano dinanzi alla nostra trincea. Hanno ali gialle, punteggiate di rosso. Che cosa mai può averle sviate fin qui, ove a perdita d'occhio non si trova né una pianta né un fiore? Si riposano tranquillamente sui denti di un teschio.
E uguale serenità dimostrano gli uccelli, che da un pezzo hanno fatta l'abitudine alla guerra. Ogni mattina, fra l'una e l'altra trincea, si levano a volo le allodole: l'anno scorso anzi ne vedemmo alcune covare e poi tirar sui loro piccini.
I topi ci lasciano tranquilli: sono andati più innanzi e sappiamo bene perché. Ingrassano: se appena ne vediamo uno, gli spariamo addosso. Ogni notte nuovamente sentiamo il rullare dei carri, dietro le linee nemiche. Ma di giorno non arrivano che i soliti tiri, così che possiamo riparare alquanto le trincee. Non mancano nemmeno le distrazioni: vi provvedono gli aviatori. Ogni giorno parecchi combattimenti aerei hanno il loro pubblico appassionato.
Gli apparecchi da caccia ci vanno a genio, ma quelli da ricognizione li odiamo come la peste, perché ci tirano addosso il fuoco delle artiglierie. Appena sono apparsi, è una musica di granate e di shrapnels. Uno scherzo di questo genere ci costa in un sol giorno undici uomini, di cui cinque di sanità. Due di essi vengono stritolati in modo, che, dice Tjaden, si potrebbero raccogliere col cucchiaio e seppellirli in una casseruola. A un altro viene strappata tutta la parte inferiore del busto, con le gambe. Giace morto nella trincea, sul petto, il volto giallo come un limone; fra i peli della barba rosseggia ancora la sigaretta accesa. Brilla, finché gli si spegne fra le labbra.
Depositiamo provvisoriamente i morti in una gran fossa: vi giacciono già tre strati sovrapposti.


(Brani tratti da Niente di nuovo sul fronte occidentale, Arnoldo Mondadori editore, Milano, 1931, traduzione di Stefano Jacini)


Erich Maria Remarque



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