Arterie


Livia Bazu




Il ragazzo in uniforme è un po' a disagio. Non porta da molto tempo l'uniforme, e questa non ha ancora aderito al suo corpo e alla sua mente. Non sa perciò quale postura assumere, con quali occhi guardare la massa multicolore di persone che aspettano in fila: la donna con il vestito indiano e le dita irrigidite attorno a un pezzettino di carta, quel tipo, arabo o di colore, non si capisce, sta cercando di spiegare al funzionario dello sportello ingarbugliate vicende familiari, i due 'orientali' discutono animatamente tra loro; aspettano di venire chiamati per depositare negli archivi dello stato il loro obolo - le impronte - ed avere in cambio la libertà vigilata in un paese più ricco e potente del loro.
Il ragazzo in uniforme si fissa, quasi per caso, a guardare tra loro una ragazza. E' femminile, alta e ben vestita, ma in quel particolare modo, leggermente fuori moda e troppo rigido, delle ragazze dell'est. Per passare il tempo cerca di indovinare da dove viene, chi è il tizio che l'accompagna, perché è venuta qui, e cosa fa…
Ha lo sguardo stanco di chi ha finito di piangere. Chissà perché ha pianto, e se ha pianto davvero. Non c'è nessuno che glielo possa raccontare, non può chiederglielo, e resta lì, solo con la sua fantasia, libera da impiegare nelle ore del lavoro che non la richiede affatto… Chissà che cosa immagina, lì in piedi, stanco anche lui nella portineria della questura. Dovrebbe avere occhi per vedere cose che non ha visto, e orecchi per cose che non ha sentito… dovrebbe poter vedere quello che vedo io che sto sull'orlo delle cose e ho conosciuto in un sogno lei, il ragazzo, e altre piccole storie intrecciate in un groviglio insoluto...
La prima cosa è, penso, quella notte: la prima notte di Miriam (così si chiama la ragazza, e viene dalla Bosnia) al Majorette.

Era alta e magra, e ballava bene. Non c'era voluta più di mezz'ora al titolare per capire che avrebbe lavorato alla grande, anche con quel musetto da topo, perché era femminile e aveva classe. Contento dell'acquisto, offrì da bere all'impresario che l'aveva portata, mentre Raffaele la scortava nello spogliatoio.
Lei si avvicinò allo specchio, dove una biondina minuta si impegnava a rendere, con ombretto e mascara, ancora più azzurri due occhi già inverosimilmente azzurri, senza pupilla.
Lo specchio occupava tutta la metà superiore del muro, ed era costeggiato lungo il bordo inferiore da un ripiano su cui erano posati in disordine accessori cosmetici e altri piccoli oggetti. Mentre dava un'occhiata, l'altra parlò. Non avrebbe saputo individuare l'accento, comunque est-europea, come lei.
"Primo giorno?" Fece cenno di sì attraverso lo specchio.
"Ma hai già fatto questo lavoro?"
Non volendo dire di sì o di no, "Io di solito faccio la cubista." Gli occhi di vetro si abbassarono e la esaminarono di sfuggita, per misurarne l'altezza, il fisico, i vestiti.
"Qui è diverso, ma si lavora bene. Buona fortuna, io vado in sala, a salutare i clienti prima dello spettacolo." Mentre usciva salutò due ragazze arrivate in quel momento. Una di loro già vestita per la serata, con la gonna, - le avevano detto che era obbligatoria - l'altra con i jeans e una felpa bianca. La seconda tirò fuori da sotto il ripiano una seggiola, vi appoggiò lo zainetto e cominciò a cambiarsi velocemente. Mentre si toglieva i calzini, le chiese:
"Tu sei nuova? Da dove sei?" - "Bosna, ex-Yugoslavia. E tu?"
"Romania." - "Ma sono tutte straniere le ragazze che lavorano qui?"
La ragazza romena si girò, sbottonandosi i pantaloni, a prendere le calze nello zaino; parlò l'altra, una brunetta che si sistemava i capelli con il gel, svogliatamente, per un dovere esperto e abitudinario, nulla a che fare con la femminilità.
"No, c'è Michela che è sarda e poi Viviana, che penso sia di Roma."
Italiano perfetto, accento leggerissimo, doveva essere qui da tempo.
Miriam le seguì in sala, e si fermò, allora, a dare un'occhiata all'ambiente soffuso, con divanetti bassi a comporre una minuziosa geometria di piccoli separée quadrati, rosa antico e bordeaux, riflessa e resa ancora più fitta dagli specchi presenti ovunque. In mezzo, una pista da ballo, con il parquet. Chic e banale, se l'era immaginato proprio così, solo un po' più soffice, e magari più lussuoso.
Si sentiva inadeguata ed eccitata, ma anche intimorita, vagamente in guardia contro un pericolo diffuso in quello spazio senza aperture. Pericolo di cosa? Non lo sapeva. Ma era un insieme di sensazioni, tutte vaghe, a metà, e si sentì assottigliare come una presenza irreale in un luogo irreale… era un'esperienza di una qualità strana, ed ecco, non sapeva perché, ecco lì quella cortina che gettava una barriera tra lei e il mondo di fuori… un'impressione, appena, mentre stava impalata in mezzo alla sala. Poi si mosse.
Si sedette al bancone, e la barista la salutò, cordiale. Qualche minuto dopo cominciarono ad arrivare i clienti.
Si rese conto di aver scelto involontariamente una buona posizione, al bar, vicino all'ingresso, per essere notata la prima sera di lavoro. Si rese anche conto però che non avrebbe dovuto farlo le sere seguenti, se non voleva attirarsi l'inimicizia delle altre ragazze. Fu un riflesso di pensiero, imposto dall'ambiente che stava già abbozzando su di lei le proprie leggi. Più tardi capì che quel luogo imponeva di fumare tanto, per sedare uno strano stato, di tensione, noia e nello stesso tempo di repressa eccitazione. E che le sigarette doveva farsele comprare, in sovraprezzo, dagli stessi clienti che le offrivano da bere. Tutte piccole regole che non le spiegò nessuno. Il perimetro del locale sembrava essere un circolo chiuso, dotato di vita propria, che s'imponeva a chi ci entrava. Imparò all'istante l'atteggiamento da tenere con i clienti, ed essi non sgarravano dal loro ruolo, meglio o peggio interpretato, di corteggiatori, con formule acquisite e rituali prestabiliti. Tutto sommato una bella serata.
C'era buona musica, conobbe tre o quattro degli uomini che frequentavano il night, e ballò molto, contenta di piacere a tutti. Tornò alla pensione, prendendo la prima metro della mattina alla fermata dove qualcuno l'aveva accompagnata, con la sensazione di tornare da un appuntamento galante, o da una festa alla quale aveva riscosso successo, in quello stato in cui la percezione della propria femminilità si intensificava, stendendo un velo di compiacimento e dolce narcisismo sulla stanchezza… e su quel senso di pericolo di cui sin dall'inizio della serata non si era liberata, né si sarebbe liberata in seguito.
A mano a mano, sia quella percezione intensificata che il senso di vago, persistente pericolo divennero parte di una lei che stava diventando, e non era la stessa ragazza che era arrivata un anno e mezzo prima in Italia. L'aveva chiamata sua zia, venuta qui con un visto di asilo politico durante la guerra, che lavorava presso una signora italiana. Un'anziana amica di questa signora aveva bisogno di una badante. Un'ottima occasione, la possibilità di vivere in Occidente
Accudire la signora era diventato però sempre più pesante, fisicamente e psicologicamente. Era inerme e bisognosa come un bambino piccolo, ma non era questo il problema per Miriam, che si era occupata della nonna e del fratellino nei lunghi pellegrinaggi durante la guerra, però era maligna e raggrinzita nel cuore, cattiva come solo i vecchi infelici sanno essere: indifferente e crudele, una madre che non aveva e forse neanche si meritava l'affetto delle figlie, e riversava su di lei tutto l'acido corrosivo di una vita solitaria e inferma.
Non sapeva prima che i vecchi potessero essere così. Le mancava terribilmente sua nonna, morta poco prima che lei partisse. Sua nonna, unica mussulmana in famiglia, pacata, calma, l'occhio del ciclone in cui erano vissuti, la cui forza si sprigionava in maniera misteriosa dall'abbondante, indolente spiegarsi del suo fisico e dei suoi vestiti lunghi e larghi, dai fiori che pressava nelle pagine di una minuscola edizione del Corano.
A ripensarci adesso la vita nella casa della siniora era ancora un terreno malato in cui le sue sensazioni di ragazza erano invecchiate, si erano contorte e chiuse in una spirale asfissiante. A parole avrebbe fatto fatica a spiegare, forse raccontare i dispetti e le offese, consapevoli e non, ma non sarebbe riuscita a spiegare come si sentiva dentro, tutte le speranze con cui era venuta qui ripiegate e costrette in quella spirale ventiquattr'ore su ventiquattro, senza poter conoscere qualcuno di nuovo, la sua migliore libertà fare la spesa al supermercato.
L'unico consiglio di sua zia: "Sopporta, sopporta, pensa quanto sei fortunata rispetto a chi è rimasto a casa." Era vero. Non poteva negarlo, non poteva non sentire la differenza in tutto ciò che vedeva ogni giorno intorno a lei. Il super-mercato scintillante, le macchine nuove nel parcheggio, i bellissimi vestiti delle donne, il loro trucco sempre perfetto, ma soprattutto i visi pasciuti, e quel atteggiamento impenetrabile di chi basta a se stesso, tutto come in una bolla di vetro in cui lei non poteva entrare, ma all'interno della quale tutto sarebbe stato più solido, e le voci del passato attutite. Vedeva tutte queste cose, e c'era qualcosa che la spingeva a voler rimanervi accanto, ad attaccarsi alla speranza indefinita del domani, essere vicina e capire che era possibile. A questa possibilità non poteva rinunciare, perché tornando a casa non avrebbe saputo che fare di se stessa, e avrebbe dato una grande delusione ai suoi. Costretta in questa morsa di possibilità impossibili e obbligo filiale, sopportava, ma non le riusciva di farlo serenamente e non soffrire.
In quei mesi l'unica persona che aveva conosciuto era un vicino di casa, un quarantenne gentile, neo-divorziato, con il quale aveva scambiato alcune chiacchiere - non ricorda molto bene, da quando ha cambiato ritmi di vita, tutti gli altri ricordi sono sfumati, e solo qualche episodio si staglia forte come se fosse rimasta stampata una foto nella sua mente. Buongiorno buongiorno, aveva attaccato bottone lui. Le aveva offerto qualche volta il caffè al bar sotto casa e aveva intuito il suo malessere. Allora, visto che lei gli aveva detto di saper ballare, tramite una conoscenza che lavorava in una grande discoteca della zona, le aveva fatto avere alcune serate come cubista.

Quella era stata un'esplosione. Una di quelle cose che erano rimaste stampate in lei, forte e staccata nella memoria. La prima cosa che faceva lei, da sola. Giù, non aveva mai potuto. La scuola l'aveva fatta male, spezzata. Lavorare era stato impossibile. La danza esclusa. Era uscita di nascosto mentre la siniora dormiva. Si era inventata, improvvisando e frugando tra le sue cose con ansia ed concitazione, una tenuta adatta, e aveva attraversato la città con i mezzi, alle undici di notte.
Era per conto suo. Libera. E senza àncore. Tutte e due le constatazioni l'avevano sovraccaricata e stordita: una calda, muta paralisi sul sedile dell'autobus notturno. Guardava le luci che scorrevano fuori. L'una dietro all'altra, ipnotiche stelle cadenti in orizzontale, e lei saliva veloce incontro a loro, le si toglieva il fiato, e si rannicchiava sul sedile, immobile. Da allora le piace prendere l'autobus di notte, e non si è voluta fare la macchina né prendere la patente.
Dopo, la colpì in pieno la confusione della discoteca… Le luci stroboscopiche erano una violenza agli occhi e il volume della musica alle orecchie, tutto era troppo, ma dal silenzio opprimente in cui viveva da nove mesi, sbocciò come una benedizione. E allora si tuffò in quel marasma di esagerazioni e ballò, intensamente, come aveva bisogno. Alla fine, esausta, fu pagata tanto, per lo meno così sembrava, e tanto lodata. Fu quell'ebbrezza, provata per la prima volta, che la convinse che poteva e doveva uscire dalla casa della siniora, ma rimanere qui. Non sarebbero però state le serate come cubista a dargliene la possibilità perché finirono subito, quattro in tutto, e non ve ne furono altre.
Prese un giornale di inserzioni e cominciò a cercare.
A un posto di commessa, che le sarebbe piaciuto, in un negozio di abbigliamento o simili, dovette rinunciare perché lei non parlava ancora bene e loro non pagavano mai abbastanza per pagarsi almeno una stanza in affitto. A un bar, dove fece una prova durante il suo giorno di libertà, le dissero di no perché non sapeva fare i cappuccini. Tutto questo a pizzichi e bocconi, quando poteva, con la paura che la scoprissero… e senza saper elaborare le esperienze molto bene, un po' per la lingua, un po' perché erano tutte cose nuove, senza contesto, indecifrabili. Poi aveva fatto dei colloqui con agenzie che cercavano modelle o comparse. Pensava di poter trovare qualcosa nel mondo dello spettacolo, visto che era carina, alta, non parlava quasi per niente e apparte l'inclinazione per il ballo non sapeva fare nulla di specifico. Alla fine si accorse che erano tutte finte, che qualcuno se la voleva sempre portare a letto, oppure volevano soldi! Andava e aspettava, e poi faceva quei ridicoli colloqui fasulli con una sorta di cieca tenacia, perché almeno sembrava di fare qualcosa per uscire dalla casa della siniora, ma ogni volta, a ogni nuovo rifiuto o inganno, o prova malriuscita, era più scoraggiata, ogni volta più angosciata e spenta, e ogni volta la possibilità di questa sua piccola impresa diventava più sfocata e irreale, e le toglieva l'aria. Sempre di meno, sempre di meno, l'energia dell'ebbrezza si esauriva, se non arrivava a qualcosa sarebbe di certo affogata.
In quel periodo cominciò a parlare però. Il vicino le raccontò allora dei night-clubs, una possibilità per una ragazza straniera senza prospettive, e del fatto che molti locali provvedevano all'alloggio per le ragazze che vi lavoravano.
Questo fu l'argomento decisivo, perché una casa le serviva almeno quanto un lavoro.
Aveva ripreso il giornale degli annunci, compagno inseparabile, e in capo a qualche giorno, dopo aver litigato con sua zia, e lunghe conversazioni telefoniche con la madre, aveva cominciato la sua nuova vita. Era stato facilissimo avere il lavoro, e la pensione fino a quando non si fosse liberato un monolocale di proprietà dello stesso titolare.
La prima settimana fu come una vacanza. Come se fosse invitata tutte le sere a una festa, di quelle da grandi, come si vedono nei film americani. Alcune imperfezioni nello scenario, ma Miriam è una che si adatta. Si è sempre adattata. (Tranne che alla siniora, quello proprio no, non è stata in grado di sopportare quella vecchiaia così).
Si adattò anche a cose che non avrebbe mai pensato. Fu come un battesimo, una prova iniziatica. Lavorava da una decina di giorni, andava piuttosto bene, quando un cliente la cacciò via, e chiese un'altra ragazza. Poi, anche questa ragazza, Monica, tornò subito nella sala grande (il cliente si era seduto in fondo alla saletta piano-bar, vuota quella sera, perché il pianista non c'era.) Spiegò senza mezzi termini che le aveva chiesto di essere masturbato, che si era rifiutata e se ne era andata. Ecco perché aveva mandata via anche lei, prima. Miriam non aveva proprio capito.
Non ripensò all'episodio, e non successe più, ma le rimase un sapore amaro che non se ne andò più via, e sostituì in parte la paura indefinita che aveva accompagnato il suo ingresso in quel posto. Lo ingoiò, lo accettò perché non si sentiva di ricominciare tutto da capo, cercare casa e lavoro, di nuovo tutti e due insieme, con quell'affanno e quel senso di sconforto, di incertezza e di impresa irrealizzabile. Doverlo accettare la cambiò e la intristì. Non che lei avesse riflettuto sopra questo cambiamento, accadde e basta, senza quasi che lei se ne accorgesse. Poi si incatenarono nello scorrere dei mesi altre sensazioni. Cominciò a sembrarle sempre più inutile truccarsi e vestirsi e scintillare ogni sera. Sempre più noioso e più deprimente. Spendere i soldi guadagnati per nuovi vestiti, per non ripetersi mai in quella continua ripetizione… Il lavoro se la inghiottì tutta: la notte al locale, la mattina a dormire, e il pomeriggio a curarsi, fare la spesa, piccole faccende, comprare abiti scarpe e accessori.
L'unica cosa sua, che la riportava a un'altra realtà, era il pacco o il vaglia che ogni tanto mandava a casa. Per sé non le riusciva di mettere soldi da parte.
A mano a mano, tutto diventò meccanico. Quel circolo semovente di relazioni e fatti che aveva visto prender forma la prima sera, autonomo, al di là delle persone, le si strinse addosso, insieme ai vestiti sempre più attillati che portava. Ed era adesso anche lei parte di quel circolo, ed era come essere di nuovo sotto a un mucchio di cose che non riusciva a scrollarsi di dosso, che si ammassavano e la spingevano in un angoletto… in un angoletto di che cosa non avrebbe potuto dirlo, di uno spazio invisibile, soggettivo, potrei dire in un angoletto di se stessa, delle sue energie, del suo tempo, dei suoi stessi pensieri, che stentavano a riconoscersi, facendo di lei qualcosa che non voleva essere, senza sapersi dare alternative.
Non era una cosa nuova per Miriam, e perciò non riusciva a identificarla… si confondeva con tutti i frammenti del suo tempo in cui non aveva mai potuto costruire una continuità, né una sua intenzionalità. Forse non sapeva neanche desiderarla, perché non l'aveva mai conosciuta.
Però si sentiva sottile, fragile, inconsistente. S'era sempre sentita fragile, prima però era diverso e le faceva piacere, lo considerava una specie di ornamento della sua femminilità, l'unico che si era potuta permettere. Ma da quando era arrivata in Italia era diventato un forte senso di impotenza, che la faceva sentire piccola piccola, troppo piccola per tutto. Dalla siniora era stato anche peggio. Lì aveva cominciato a sentirsi sotto a qualcosa, ma poi la sensazione era continuata, e lei continuava a stare sotto a qualcosa che la agiva e la viveva, insegnandole cose che non avrebbe voluto apprendere.
Non avrebbe voluto imparare a sentire gli uomini con tanta lucidità. Prima percepiva come maschi solo alcuni di loro. Degli altri non si curava affatto. Era predisposta a cercare negli uomini la possibilità dell'amore o a ignorarli. Ma adesso era diventato un dovere recepire sguardi, battute, movimenti, anche a malapena accennati, ogni volta che si trovava di fronte a un maschio, e rispondervi per un riflesso condizionato. Ed era faticoso e sgradevole come portare sempre scarpe coi tacchi su cui devi essere bella e zoppa. Le faceva male, ma ormai era una seconda natura assumere le pose necessarie per farsi ammirare e corteggiare e vomitare in faccia le energie che questi uomini accumulano durante il giorno, le insoddisfazioni che raccolgono fuori, che non puoi capire perché nel mondo buio del night è tutto sfocato e deformato. Sapeva sentire i loro sguardi addosso a lei, dovunque, anche per la strada, e le davano uno strano, quasi doloroso senso della propria presenza, l'unica da quando era qui. Aveva 22 anni e aveva smesso di fantasticare un futuro grande Amore, che aveva riempito fino ad allora tutte le sue ore di sognante solitudine.
La fregatura (parola che si impara in fretta a Roma), era che c'era anche del piacere in questo modo di vivere e di sentirsi. Per lei, che non aveva mai potuto avere i vestiti belli che aveva visto nei film e nelle riviste, c'erano, sovrapposte in disordine alla noia e al logorìo, piacere e una certa soddisfazione nella corvée dell'eleganza imposta dal lavoro. Poi c'era piacere nel piccolo, legittimato, quasi ritualizzato potere di seduzione sull'altro sesso.
Era questo ciò che rendeva possibile quel lavoro, oltre ai soldi, ovviamente. Non ne aveva mai visti tanti. Rendeva possibile essere sempre agghindata, fare le notti in bianco, cambiare per adeguarsi a quel mondo, andare ogni sera a una falsa festa di falsi incontri, che nasconde brutture, ingiustizie, frustrazioni e solitudini sotto una sottile luciccante patina di eros e abbondanza.

Una sera scese dall'autobus per entrare al lavoro come al solito, ma era pensierosa e quasi spontaneamente cambiò direzione, prendendo un vicoletto a sinistra. Lì c'era un bar, dove serviva un ragazzo che la riempiva sempre di battute e complimenti. Andò a prendersi un caffè, per darsi un tono per la serata.
Uscendo dal bar, più rilassata, buttò un'occhiata in fondo alla strada, verso le luci del centro. Poi lo sguardo le si fermò su una Y10 accostata. Dentro le sembrò di vedere Laura, una collega, romena, e si avvicinò. Era proprio lei, con suo fratello. Miriam lo aveva visto al locale, perché era entrato qualche volta a bere un drink dopo aver accompagnato la sorella... Ma si stavano baciando, e niente affatto come fratelli!
Il segreto di Laura, lo intuì senza pensarci su. Un fidanzato giovane, connazionale, terribilmente scomodo da raccontare al locale. Sentì invidia e pietà nello stesso tempo. Durante la nottata, colse l'occasione per fare una battuta, pungente ma gentile, sugli indiscutibili pregi dell'incesto. Poi Laura la invitò ad andare in giro per negozi insieme.
Si erano divertite parecchio, e perciò avevano cominciato a passare insieme molti pomeriggi. Adesso Laura viene spesso da lei, a bere il caffè lungo, alla turca, cui si è abituati nell'Europa Orientale, e se non è saporito e cremoso come l'espresso, regala però un momento di pace, perché va bevuto piano, comodamente seduti, sorseggiando e chiacchierando.
Erano cominciate così per Miriam le giornate, a vivere la luce naturale, e l'atmosfera chiusa e irreale si era spezzata con la voce e il temperamento vivace dell'altra.
Un giorno Laura era passata a prenderla sotto casa come al solito, ma la salutò a malapena mentre la faceva entrare in macchina. Qualche minuto dopo, ferme a un semaforo, si voltò e le disse:
"Ho un ritardo di due settimane."
Miriam allargò gli occhi in un'espressione grave, tutta pupille, e chiese con dolcezza:
"Hai verificato?" - "…No, ancora no."
"Andiamo in farmacia a comprare il test, poi se vuoi viegni a casa mia e fai."

"Doamne, Doamne, Dumnezeule!!!" La voce di Laura arrivò acuta e veloce dal bagno, mitragliando esclamazioni. "Mama, m-am fript de tot!" Miriam le andò incontro con la busta del caffè in una mano e il cucchiaino nell'altra. Sbatterono l'una nell'altra sulla porta del bagno, da dove Laura era appena uscita, tutta rossa, coi pantaloni slacciati.
Positivo.
"E ora che mi facio?" Il suo ottimo italiano, che Miriam ammirava, era andato a farsi benedire. Si guardarono un momento senza fiatare: "Vedi se non sono stata atenta quando mama mi ha deto come si fano bambini!" Le famigerate doppie tutte inghiottite e scoppiarono a ridere, un riso grande, esagerato, che non finiva più, come solo due ragazze in mezzo alla vita possono ridere. Miriam non si ricordava di aver mai riso così. A Laura la pancia aveva fatto molte volte male per il troppo ridere; nella sua storia era sempre stata quella la soluzione ai problemi, soprattutto di cuore, quasi sempre tra ragazze. E adesso le serviva proprio, e meno male che c'era Miriam, perché da sole non si può. Smisero quando si stancarono, accasciate sulle due seggiole del cucinino.
"Che devo fare?" - "Sorin sa?"
Laura scrollò la testa, poi tacque, e infine parlò velocemente, senza respiro.
"Se lo dico, lui mi sposa subito, e dobbiamo tornare a casa. Ma ancora non abbiamo niente. Ho lavorato due anni, e devo fare ancora due per poter fare una casa piccola e i soldi per aprire una,… una… ce dracu… quelle dove le macchine si fermano per benzina e per lavare. Se vado via subito, spendo i soldi per sposare e rimaniamo senza niente, e poi che faccio? Là non c'è niente, non c'è niente, Miriam."
Là non c'è niente. Conosceva bene questo ritornello. Lo riconobbe all'istante, anche se era la prima volta che lo sentiva in italiano. Anche dalle sue parti non c'era niente. Non c'erano prospettive, non c'erano sogni, solo diversi tipi di rassegnazioni. Nostalgiche, rabbiose o semplicemente opache.
"E allora?" - "Non lo faccio. Faccio un aborto."
"E non dici a Sorin?"
"No, lui non capisce. Lui è venuto qui adesso, lavora qualche giorno lì alle industrie dove vogliono qualche volta i ragazzi stranieri per scaricare, ma due anni sono io che ho lavorato, e ho sopportato e non ho dormito per il nostro futuro. Lui rinuncia subito, e allora perché ho fatto tutto questo?"
"Pensi bene, e se poi ti dispiace?"
"Sì, ma il bambino sta nella pancia mia, ancora non sa niente, io so meglio."
Miriam cercò di dire qualche altra cosa, ma ormai, in realtà, Laura si era ripresa e aveva deciso; non concepiva proprio di avere un figlio in quel momento e rischiare così il suo progetto di vita. Non era il caso di farlo e non era il caso di dirlo a Sorin, punto e basta. L'unica cosa di cui non si faceva una ragione era come avesse fatto a sbagliarsi, a rimanere incinta.
A Miriam fece piacere che ne avesse parlato con lei, perché adesso potevano dirsi certamente amiche. Ma già da qualche settimana il loro rapporto si era fatto più stretto, perché Miriam aveva avuto un problema con Consuelo.
Consuelo era la star del locale. Faceva lo spogliarello, era una vera bomba. In quattro anni si era messa da parte un piccola fortuna, manteneva la madre e due fratelli a Santo Domingo e spadroneggiava al Majorette perché senza di lei se ne sarebbe andato metà dell'incasso, e perché era l'amante di Pizzone, il proprietario del locale. Aveva un suo modo di fare, sempre aggressivo, e una malizia allegra ma professionale, da presentatrice televisiva. Sempre con un tailleur diverso, (Armani come minimo), sempre a ticchettare sui tacchi a spillo, ondeggiando un culo grande e rotondo, sotto la vita sottilissima. Con un movimento del tacco o dei fianchi o una risata, grande, cristallina, sapeva mettere in riga chiunque. Impenetrabile a tutti, clienti e ragazze, non si lasciava mai sfuggire una confidenza, una parola sbagliata, un momento di stanchezza.
Già da principio Miriam non era stata sulla sua stessa lunghezza d'onda. Poi le cose si erano mitigate quando la barista, che conosceva Consuelo da quando era arrivata (5 anni prima, in un locale di seconda mano, in provincia), aveva raccontato a Miriam che a quei tempi la piccola mulatta piangeva tutte le sere una sua rabbia, una sua tristezza senza freni, e aggrediva i clienti più invadenti. Però piaceva molto nonostante tutto perché quando ballava si scatenava, era provocante e coinvolgeva tutti. Poi, col tempo, si era adattata, e grazie a un'intelligenza pragmatica e a una grande determinazione, si era trasformata in quella che era adesso. Dopo aver saputo questo, a Miriam era quasi cominciata a piacere, e sarebbero andate d'accordo se non fosse successo quell'episodio, per via di un certo Michele. Cliente abituale di Consuelo, ma quando era arrivata Miriam le aveva dato il benvenuto facendo un paio di consumazioni con lei. Ne era rimasto incantato.
L'aveva sorpreso la dolcezza di questa nuova ragazza, l'attenzione reale che prestava alle cose che lui diceva, e gli era stato impossibile parlare a vanvera, come al solito. Con Consuelo e con Laura, la sua seconda preferita, scherzava in continuazione, o raccontava di come avrebbe aperto un pub in società con degli amici, per sfuggire al controllo e alle abitudini della famiglia, insieme alla quale gestiva un ristorante. Non erano veri progetti però, non erano vere speranze di vita. Tutto sommato non erano molto diversi da quello che già faceva. Si divertiva a parlarne così, per darsi arie da uomo fatto. Quello che avrebbe desiderato questo ragazzo alla soglia dei trent'anni era qualcosa di completamente diverso. Ma da solo non sapeva inventarlo, e aspettava senza aspettativa un piccolo messia personale che lo scuotesse dalla comodità di una vita che non lo riempiva ma neanche lo costringeva. Miriam però aveva lo sguardo troppo liquido e troppo intento, e lo colse alla sprovvista. Con uno sguardo così le cose che si dicono acquistano importanza, e non valeva la pena sprecarlo.
Era accaduta insomma una piccola alchimia. Perciò poi aveva passato alcune serate interamente con Miriam, venendo appositamente presto, all'apertura, per trovarla libera. Aveva persino abbandonato Consuelo nell'ora che si era riservata per lui.
Lei non poteva digerire un fatto simile. Le alchimie, speranza segreta di alcuni tra clienti e ragazze, non fanno parte delle regole. Ciò che conta è ciò che si vede, le gerarchie e il loro termometro, i soldi. Nessuno lo sa bene come Consuelo, e non le piace passare in secondo piano. Non poteva permettere che questo accadesse, se voleva mantenere la posizione di primadonna, con tutti i suoi piccoli privilegi, e adottò delle contromisure. Parlò con Pizzone, il quale parlò con Raffaele, il quale infine riferì a Michele. Lui dovette chiederle scusa.
Qualche sera dopo venne un'altra volta molto presto. Accolse Miriam, le spiegò quello che era successo, e che per il momento era meglio non stare insieme dentro al locale. Però gli avrebbe fatto piacere passare un po' di tempo con lei, conoscerla fuori dal lavoro, e le lasciò il suo numero di cellulare. Rimase a vedere lo spettacolo di Consuelo, e se ne andò senza salutare Miriam.
"Ma Consuelo può fare così?" Laura era l'unica a cui poteva chiederlo.
"Consuelo può fare quello che le pare, e tu non le stai simpatica."
Miriam si scurì. "Questo so."
"Michele è un buon cliente. Non è pieno di soldi, ma è giovane, è simpatico, non è noioso, tiene le mani a posto, ed è generoso con quello che ha. Da quando sei venuta tu, sta solo con te. Lo hai rubato, e lei è stata un'ora libera. Non capita mai! Anche io non ho più lavorato con lui quasi per niente questo mese."
"Ma non è giusto. Non è il suo fidansato."
"Ma possibile che non capisci? E' una questione di potere. Se lei si fa fregare un buon cliente, anche se è uno di cui potrebbe fare a meno, da te, anche le altre proveranno."
"Ma lei è comunque…. Fa lo spettacolo, sta con Pizzone, che paura ha da me?"
"Da te quasi niente, anche se sottovaluti, balli molto bene e potresti se vuoi fare lo spettacolo, e lei questo lo ha visto, hanno visto tutti."
"Io però non volio fare mai lo spettacolo."
"Mai dire mai, e comunque non è questo il punto. Non sei tu il pericolo, ma il fatto che tutte le altre possono non rispettarla più. Senti, Miriam, quando io sono arrivata, lei era già forte qui. Pizzone veniva quasi tutte le sere per vederla. Ho capito come stavano le cose, e mi sono avvicinata ad Antonio, il figlio di Pizzone. Siamo stati a cena qualche volta, e tutti lo sapevano, mi sono assicurata un buon trattamento. Poi lui ha cominciato a fare sul serio con una ragazza, italiana, fuori, adesso è fidanzato, tra un po' si sposerà, e tutto è finito tranquillamente, siamo amici. Lui mi è servito all'inizio per crearmi il mio spazio, prendere buoni clienti, non avere fastidi ecc. Ma non mi sono messa a rompere le palle al padre, a intromettermi in una cosa di Consuelo… Tu non sei stata attenta. Sai, sei strana, sei troppo umile e troppo presuntuosa nello stesso tempo. Sembra che pensi che sei invisibile, che quello che fai tu non tocca nessuno e che nessuno ti può toccare, e non guardi intorno. Come se fossi sola al mondo. Fortuna che sai ballare e sai farti desiderare, se no eri proprio stupida..." Miriam la ascoltava perplessa: quel discorso le dava fastidio, ma poteva esserle utile. "...Tu dovresti essere più amica del direttore, che ti ha messo gli occhi addosso… Così non saresti neanche messa al tavolo con i stronzi, come il milanese… Stai attenta che tra un po' ti scade la garanzia, bambina, non sei più nuova."
Era finita là. Laura le aveva parlato da amica ma non era andata come sperava Miriam; c'era qualcos'altro che le ronzava in testa, e prese da sola la decisione di chiamare Michele.
"Ciao, bella. Che piacere sentirti, non ci speravo proprio." - "…" Silenzio, è tesa.
"Consuelo ti ha dato il permesso?" - "Ma che dici?"
"Scherzavo. Perché è buffo il fatto che io non ti possa praticamente parlare al locale. La gente va lì per essere libera di fare quello che gli pare, uscire dalle regole, trasgredire, e noi dobbiamo uscire fuori per sentirci. Abbiamo trasgredito la trasgressione. Non è buffo?"
"Sì, un po'." Non aveva capito bene quello che lui aveva detto, forse per il gioco di parole, o perché per lei il Majorette non era esattamente un luogo di trasgressione. Le era piaciuto però il tono di voce, modulato per metterla a suo agio. Nella sua laconica risposta era incluso perciò un sorriso. Morbido, accogliente. Lui lo sentì e avanzò subito: "Vogliamo vederci?"
"Mi dici tu." Cioè "Dimmi tu, proponi tu", si tradusse Michele da solo in simultanea.
"Sei mai stata a Villa Borghese?" - "...No." - "Ti va?"
"Penso sì, non ho visto."
"E' un grandissimo parco, molto bello, con una villa antica, statue, c'è anche un museo e lo zoo, dipende quello che preferisci."
"Sì, va bene, vorrei conoscere." - "Domani va bene?" No, domani, no, è troppo presto, non deve essere subito disponibile… neanche dopodomani. "Venerdì è meglio."
Venerdì fu invece una pessima giornata, la pioggia li sorprese in mezzo a Villa Borghese e fecero una corsa strepitosa fino alla macchina, poi finirono al Caffè Greco a prendere una cioccolata calda. Ma questo li salvò dai tentennamenti di un primo appuntamento. Lei fu una turista affascinante e affascinata, visitando Roma per la prima volta con il suo cicerone, e seppero entrambi che sarebbero usciti ancora. Per non concedersi e confondersi troppo, lei gli assegnò il venerdì seguente. Lui non osò obiettare, (anche se il venerdì al ristorante era una giornataccia, perché c'era molta gente e arrivavano i rifornimenti per il fine settimana).
Quella volta andarono al Pantheon. Miriam si accorse allora di essere a Roma, Roma di cui parlavano i libri di storia, dove è iniziato tutto, il centro dell'antico impero, e poi quella di cui parlavano i rotocalchi, lo scenario di matrimoni e sfilate che fanno fantasticare le ragazze. Le sue fantasie erano di solito in tonalità minore, fantasie di desiderata quotidianeità, senza iperboli retoriche, ma adesso quegli scenari stanno entrando nel suo vissuto e d'un tratto si sente avvolta da un'aura di dolce vita (in italiano nei suoi pensieri). Ed ecco un'effervescenza interiore che comincia a galoppare, sa che le sue fantasie possono tornare a farle visita, troppe, tutte insieme... ma adesso sono cariche di un ansioso investimento di speranza di sistemarsi, qui, nel mondo delle cose scintillanti, dei visi pasciuti che bastano a se stessi, fuori dall'oscurità del night... ed è un'ansia che a malapena si confessa, un campanello d'allarme che la avverte già di non abbandonarsi, e non caricarne un ragazzo che ha appena conosciuto. E così, anche fuori dal locale, è sdoppiata, tagliata in due.
Michele è affascinato dalla sua capacità di guardare le cose con intensità, con immediatezza, e assorbirle come una spugna. Non vede, non ha occhi per vedere il suo sdoppiamento.
Il venerdì dopo, Trastevere al tramonto. Passeggiavano per le viuzze antiche, colme di bancarelle di artigianato d'ogni dove, di richiami romaneschi dei vecchi del quartiere e di quelli dei senegalesi, che sembravano ormai a casa loro nella città da cui era cominciato tutto. A un certo punto, usciti sul Viale, Miriam si fermò:
"Che bello!" - "Cosa?" Michele non riuscì a focalizzare niente di particolare.
"Vedi là? A-R-T-I-C-O-L-I D-A R-E-G-A-L-O. Da noi non sono negozi proprio per regalare cose. La gente può regalare poco e sempre prende delle cose a casa o fa qualcosa da mangiare o...- mimò il gesto di fare a maglia -... non compra. Non ha soldi. E' bello avere un negozio per regalare."
Di certo Michele non aveva mai pensato a un negozio di articoli da regalo in altro modo che con il colpevole sollievo di una soluzione pronta per uno dei tanti compleanni dimenticati fino all'ultimo. E in fondo gli piaceva di più l'idea di regali pensati e lavorati a casa... Ma in quel momento lo colpì la differenza, lo spazio diverso che percorrevano fianco a fianco per Viale Trastevere. E lo colpì di nuovo la capacità di Miriam di vedere cose belle e piccolissime.
"Oh, Dio, per questo sei stupenda!" Un sorriso interrogativo lo stimolò a continuare: "Perché vedi o senti sempre qualcosa di significativo dappertutto. Sai, quando abbiamo cominciato a parlare un po' io e te, per questo mi sei piaciuta. Perché mi osservavi, mi volevi conoscere. Io, con le altre ragazze, scherzo, ci divertiamo, ma finisce tutto lì. Non ci ho mai fatto un discorso. Tu sei speciale, Miriam, e io mi sento tanto fortunato… a stare con te." Fu lì che scese l'onda delle parole, e si posò naturalmente sulle labbra, con un bacio.
A questo punto doveva parlarne con Laura.
"Sai che Michele mi aveva lasciato il numero?"
"E tu lo hai chiamato?"
"Sìii…"
"E vi siete visti?"
"Sìii…"
"Come sei rossa, ma che ci sei andata a letto?"
"No! Ma come pensi?... Abbiamo baciato solo…"
"Oh, Dio. Questa sta ancora al liceo! Un bacio e diventa un pomodoro!"
"No, dai, è stato bello. Mi piace da vero."
"Di questo mi sono accorta. Ma sei esagerata, guardati!" rise Laura scimiottandola con buffi movimenti della bocca. "Ma insomma, come è andata, dove siete stati, e come bacia?"
Miriam trovò l'occasione per fare una domanda a bruciapelo.
"Tu non lo hai mai baciato?"
"Ma che sei già gelosa? Guarda che così non vai lontano... No, cara, io ho fatto il mio dovere con Antonio e con l'altro tizio e m'è bastato e avanzato. Io, se uno non mi rompe le palle sto tanto bene… però so che è stato con Tatiana."
"E' stato, cioè…"
"Sì, cioè, sì. Ma sai com'è fatta lei. Tutti quelli passabili se li fa. Si diverte, non lo fa per guadagnare. Anzi, più ci perde; contenta lei... Poi le mandano i fiori, no? Nessuna riceve tanti fiori come lei, hai visto? Li mandano tutti dallo stesso fioraio, quello dietro l'angolo, verso V. Veneto. Uno m'ha raccontato che quando gli ha fatto il mazzo il fioraio gli ha chiesto 'Anche lei Tatiana?'!"
Laura rideva. Miriam era chiusa in un'espressione da topolino in un labirinto. Era contrariata perché non sapeva come doveva prendere il rapporto con Michele. Come si fa ad avere un rapporto con qualcuno cominciando così... E poi Laura le sembrava crudele e sfacciata quando parlava così: la sorprendeva sempre, perché aveva un aspetto snob e signorile, alta, bionda e tutta d'un pezzo, e invece se ne usciva così… Tatiana era sempre silenziosa, delicata, eterea: faceva il numero prima dello spogliarello, ballando tra veli trasparenti, ma con la grazia e il rigore della danza classica, che evidentemente aveva studiato per parecchi anni. Non sembrava una figura libertina. La sentiva vicina, nonostante parlassero poco, perché avrebbe voluto saper ballare come lei.
"Raffaele dice queste cose di lei, ma pensavo che era cattiveria."
"No, è vero, solo che lui lo dice con cattiveria - perché con lui non è voluta andare!" Questa volta risero entrambe. "Ma è così delicata, non parla mai…"
"Ma che c'entra! Lei è molto carina, è una bambolina, ma non è di porcellana; sta al locale da tre anni e in qualche modo si deve divertire, no?" Si fermò un attimo, abbassò la voce: "E' tanto sola, poveretta..." Poi riprese il tono acuto di prima: "E lasciala fare, non sei mica sua madre!"
"Sì, io non…"
"Scema! Hai paura che si prenda Michele tuo? Quella è inoffensiva, e tu vedi che sei esagerata?!" Miriam mise il broncio. "Eccola, s'è arrabbiata, allora, mi racconti, sì o no?"

Da quel momento le loro chiacchierate erano diventate sempre più personali: ricordi delle superiori, somiglianze negli usi dei loro paesi rispetto all'Italia, vendette di ironia sui clienti, e strategie per le lillipuziane, ingarbugliate battaglie che si intrecciano al Majorette come in tutti gli ambienti chiusi. Quando infine Laura le aveva parlato della gravidanza Miriam aveva aggiunto, coscienziosa, il suo nome nella minuziosa, incerta, contabilità delle persone che si sarebbe ricordata. Segretamente, aveva già aggiunto quello di Michele, ma in una lista a parte, più ineffabile e più segreta, quella dei ragazzi, di chi le aveva fatto provare un brivido che le facesse dimenticare il mondo. Quella era un'altra cosa, era a parte, e aveva lo stesso sapore qui e altrove. Tutte le altre cose si spezzavano.
Laura se ne era appena andata dopo il test, e Miriam assaporava un qualche senso di solennità e pensava. Ripercorse gli sviluppi del loro rapporto negli ultimi mesi. Si era avvicinata con cautela, perché Miriam sapeva di Sorin. Mano a mano, poi, si era rilassata.
Sorin non era certo il compagno ideale per andare a fare shopping e spettegolare sulla gente del Majorette, e poi andava stimolato a uscire di casa per imparare la lingua e potersi trovare un lavoro stabile. Il problema maggiore era il permesso di soggiorno, che dopo i tre mesi previsti per i turisti, gli era scaduto, e non aveva modo di rinnovarlo. Il solito circolo vizioso, ma Laura avrebbe voluto che lui si comportasse come tutti i loro connazionali che lavoravano nei cantieri, sui camion, e in capo a qualche anno potevano tornare a casa benestanti. Sorin però non era fatto per una vita clandestina, e avrebbe preferito rimanere al paese a provvedere alla costruzione della casa. Era lei che lo aveva voluto qui come sostegno psicologico e materiale, ma era diventato un peso (e tuttavia Laura preferiva che lui ci fosse, aveva bisogno della sua presenza, anche per litigarci e rinfacciargli la situazione, e poi far pace e far l'amore e non sentirsi una buttata al vento come molte che facevano il suo lavoro). Però doveva scuotersi dalla dipendenza da lei. Più lo lasciava solo e meglio era. Stare con Miriam era diventato perciò un complemento naturale della vita di Laura. Ore e ore a parlare di tutto e di niente, come devono fare le ragazze.
Fino alla partenza per l'Italia, Laura aveva avuto sua sorella e anche una cara amica. Con loro rideva e rideva e scaricava aggressività ed energie trattenute e apprendeva a dividere il mondo in maschi e femmine. Da qui però non riusciva a comunicare con loro per telefono. Il loro rapporto era fatto di presenza carnale. Loro non conoscevano la situazione che Laura viveva adesso, e lei non era disposta a fargliela conoscere così, appesa alla cornetta, sminuzzata, tritata, tra le tariffe internazionali e gli orari incompatibili. Avrebbe solo creato distanza, inutile preoccupazione e qualcosa di più grave, l'ombra di un tabù tra loro, a dividerle. Meglio lasciare in sospeso, e ritrovarle tra qualche anno con il calore intatto di casa. Nel frattempo riproponeva-rinnovava con Miriam quel modello di rapporto.
Miriam non aveva un "modello" suo, sballottata negli ultimi dieci anni, praticamente la metà della sua vita, da un posto all'altro. Non aveva visto né vissuto gli orrori della guerra, - anche se ne aveva sentito, come tutti, serpeggiare l'alito grave e l'eco soffocante, tossica - perché i suoi si erano mossi presto, andando prima a Nord, in due tappe, e poi vicino a Belgrado, dai parenti della madre, di origini serbe. Erano zone sicure, fuori dal confine di quella che sarebbe diventata qualche anno dopo la Republika Bosna Y Hercegovna. Lì era esplosa la sua adolescenza, e per Miriam la guerra era associata alla scoperta della sessualità. Vi si era rifugiata, e sapeva piacere ai ragazzi: erano la sua maggior preoccupazione, oltre al fratello più piccolo.
Poi erano tornati. Avevano trovato la casa aperta e svaligiata. La città stravolta. C'erano buchi dappertutto. Dentro, fuori, tra le cose, tra le persone, tra i posti che conosceva. Buchi, vuoti, in cui non si riusciva a creare una continuità. La sua vita era tutta frammentata, e le amicizie non le erano mai durate abbastanza. Nell'impossibilità di formulare il tempo, si erano perse senza tracce. Era lei che ne aveva fatto un unico spazio della sua persona, quella sua piccola lista, sparsa su diverse pagine di storia, uno spazio in cui si era potuta vedere a volte come avrebbe potuto, come avrebbe dovuto essere.
C'era qualcosa che rendeva Laura buona per lei.
La guardava mentre faceva e disfaceva la sua vita, e quella di un altro, e si stupiva della sua capacità di muoversi nel mondo… questo le dava una specie di solidità, di realtà in più che Miriam desiderava e respingeva allo stesso momento. Sembrava inverosimile, a lei che tendeva a passare invisibile - aveva proprio ragione Laura, quella cosa che le aveva detto era rimasta a ronzarle dentro ed era diventata parte del modo in cui pensava a se stessa. Si accarezzava le braccia, conserte sul tavolo, e non riusciva a convincersi che fossero reali, e non un'impressione, un'immagine TV o una foto. E quel tocco tenue su una superficie delicatamente esistente e quasi estranea le sembrava incompleto, non abbastanza per essere una persona in carne e ossa. Allo stesso tempo le piaceva perché le dava un brivido strano, come di essere Altrove, essere Oltre, una tacita sfera di grazia sospesa sul mondo vociante, contorto, senza senso.
Il corpo di Laura le sembrava più consistente, più presente, più caldo. Perché Laura era giù, nel mondo, ben piantata sulla terra. I problemi di Laura, che aveva solo un anno più di lei, erano il matrimonio, la casa da costruire in Romania, i litigi con Sorin, aprire una benzineria, fare o non fare un figlio. Cose grandi, definitive, tangibili.
Il movente di Miriam era invece una speranza così vaga e sottile, e indeterminata, come un raggio rifranto nei mille pezzi di uno specchio rotto… legato appena, in qualche vago modo, all'idea di incontrare un uomo e di fare qualcosa di bello.
Aveva incontrato Michele… momenti di primavera tra ottobre e novembre, e tanta dolcezza da diventare passione, fantasia, resa di sé.
Aveva imparato a fare l'amore in un luogo dove non esisteva il futuro, e il passato era velocemente annebbiato. Aveva imparato a farlo dimenticando qualsiasi cosa che non fosse il suo corpo e quello del partener, concentrandovi tutte le energie di entrambi. (Se fosse nata in India molti secoli prima, sarebbe forse stata una maestra di tantra…). Gli regalò un abbandono che lui non aveva mai conosciuto.
Questo soltanto lei sapeva dell'amore, e lui nemmeno quello. Finirono per avvolgersi in un piccolo, morbido spazio uterino, una magia erotica che placava una sete sconosciuta d'entrambi, ma non sapeva diventare altro.
E' quel brivido d'infinito che unisce un uomo e una donna, ma sono, - da qui, dal mio luogo sospeso lo vedo così bene - due persone a metà, rapprese in una Storia sbagliata, un incontro parziale. Nessuno dei due ha una sua dimensione, un suo percorso, ma ognuno sta cercando di trovarlo nell'altro. Così, sono intrappolati in un campo di forza statico che non permette loro di conoscersi e di percorrersi. Nessuno dei due sa immaginarsi il passato e lo spazio interiore dell'altro, e non sa cosa significherebbe intrecciarli per farne un nuovo percorso, di futuro, di entrambi.
C'è lo sdoppiamento di Miriam, il suo lavoro, la sua storia di frammenti, e l'immaturità di Michele, il suo non viversi fino in fondo.
Michele è un ragazzo piacevole, curato nei modi e nel vestire, con qualche inclinazione per la musica. Qualche anno fa aveva provato a mettere su un gruppo ma alla fine era andato tutto a rotoli. Quello era stato l'ultimo momento caro, che aveva concluso, non certo in grande stile, gli slanci dell'adolescenza. Gli anni che erano seguiti si erano sempre più ingrigiti, solidificati, e pian piano avevano creato in lui dei solchi di pensieri e azioni dai quali non usciva mai. Era sempre più responsabile, più posato, più pigro. Lavorava e usciva con gli amici, si comprava un sacco di cose, frequentava ogni tanto una ragazza. Tutto era però al massimo piacevole, e mai appassionante. L'anno scorso era andato con gli amici a Cuba ed era tornato con una miriade di souvenirs e impressioni, ma era finito tutto lì, era stata una vacanza confortevole, che come tutte le cose si era annebbiata nella memoria troppo presto, ed era rientrato nei solidi soliti ritmi, in cui tutto era sempre un po' meno di quel che avrebbe voluto. E allora ogni tanto andava al night e cercava in quel mondo semioscuro un po' di mistero, ricatturare quell'eccitazione profonda, quello stato di coscienza e di vitalità che erano stati i due anni che aveva visto il mondo da dentro la musica. Aveva incontrato Miriam e quel incanto prezioso che è la prima cosa che lo tiene col fiato sospeso da tanto tempo.
L'incanto si attiva quando sono insieme ma non dura a lungo, e quando sono lontani comincia per entrambi un piccolo grande calvario di sospetti e dubbi, sull'altro, su sé, sulla realtà di quella dimensione così vera quando sono insieme.
Gli atteggiamenti di Miriam, le frette improvvise, l'oscurarsi del viso ogni tanto senza spiegazioni, il disagio quando le parla della sua famiglia, lo bloccano. Perché ogni volta sembra che non sia mai sicuro di essere veramente il suo ragazzo, ogni volta sembra che in qualsiasi momento lei potrebbe andare via e non sentirsi neanche in dovere di salutarlo. E allora fa quello che non aveva mai fatto: la controlla, la interroga, la bracca, la tormenta, non per estorcerle una verità ma per sentirla sua, sua di più quando con gli occhi lucidi gli giura di non vedere nessun altro, gli permette di tenerle il cellulare, di guardare nella borsa, nei cassetti…
Una volta era uscito con una ragazza a cui era da poco morto il padre. Aveva qualcosa di Miriam. La stessa tonalità di tristezza, gli occhi così liquidi. Ma quelli di Silvia erano assenti, mentre quelli di Miriam erano attenti a tutto, troppo attenti. Miriam aveva una certa ipermetropia dell'anima che lo metteva in difficoltà, perché non sapeva mai indovinare come lei vedesse le cose. In questo era simile a quell'altra ragazza: c'era un muro, che lo separava dai suoi pensieri e percezioni. E poi il lavoro che fa…
Si erano incontrati oltre il linguaggio, persino oltre il sesso, e non è forse nemmeno amore, ma una fratellanza forte e ostile, di immagini allo specchio... ma a parte quello, che è tutto e non è niente, sono due estranei a condividere una strana intimità, piena di trappole e sospetti.
Miriam non si fida, non riesce a capire. Cosa pensa di lei, cosa pensa di fare della loro primavera? L'altro giorno le aveva raccontato che cercavano una ragazza per il ristorante. Non ha chiesto a lei se voleva venire. Perché? Perché non ha pensato a lei? O non la vuole più vicina? O semplicemente non la pensa? C'è un'insana, distorta pesantezza in quel "perché". Miriam sente di implodere, ma poi a Michele non dice niente, e si sente sbagliata. Sbagliata perché non riesce a sapere quanto è innamorata di lui e quanto proietta su di lui il desiderio di sistemarsi in Italia. Ha una terribile paura di perderlo, e con lui di perdere due speranze che vorrebbe divise, ma che non riesce a separare, e la paura la paralizza e la sommerge. E scopre che la possibilità dell'amore, guerra, pace, essere a casa, possedere la speranza, sono indissolubilmente legati, e vorrebbe saperlo spiegare a lui ma non sa. Un po' è anche un problema di lingua, perché in italiano le viene automatico abbassare la voce, ammorbidirla finché le strozza i pensieri più coraggiosi, e abbassare lo sguardo finché non vede più il suo interlocutore. Era cominciato con la siniora l'apprendistato a questo modo di essere, e al locale, anche se allegerito, va bene, perché così non riesci ad arrabbiarti, ed è bene, perché là dentro non puoi arrabbiarti mai. E allora non è intera, non è veramente qui… nel mondo vero, pieno, intero, senza buchi. Ormai ha capito che c'è un'altra vita, quella vera, un'altra dimensione a cui lei non ha accesso, che sta dietro agli sguardi, gli sguardi che la misurano e la confinano, nei negozi di mobili e cose per la casa in cui lei non entra mai, negli uffici degli enti pubblici, ai matrimoni, alle cresime, nei cimiteri in cui le date sulle tombe sono tanto lontane l'una dall'altra.
Michele è lì, sospeso come una macchia intermittente, un altro frammento di possibilità impossibili, Michele il buco di una serratura chiusa, Michele l'apnea continua che la consuma.
E si sente sola, qui, come si sentiva a Sarajevo, a ...., a Belgrado. Le manca molto sua nonna. Le manca una vecchia buona, pacata, che ha attraversato il secolo scorso con le sue guerre, - tutte le guerre cominciano qui, da noi, diceva, la maledizione e lo speciale destino di quel loro piccolo mosaico di terra e genti che è difficile chiamare paese e difficile non sentirlo tale - le manca la sua rassegnazione che sa anche gioire, nonostante tutto, la sua accettazione d'ogni cosa, senza affannarsi né paralizzarsi.
E' un po' di tempo che ha sempre crampi allo stomaco... non può andare avanti così, questo strazio di possibilità impossibili, voglia di Oltre intrappolata. Laura guarda Miriam sempre più astratta, più pallida, più sottile, come se stesse per scomparire, come se un sorriso lontano, sfuggente che le si era stampato in faccia stesse per portarla via e non lo facesse mai...


Cos'è successo quella sera? Adesso sono flash separati, insensati. Un tipo, ubriaco e su di giri dava fastidio a Miriam. Michele era lontano, solo a un tavolo in disparte. Non sa come è arrivato a fare a botte con quel tipo, a spaccare specchi e bottiglie di champagne, a far girare tutti e dar spettacolo, furioso, penoso, buttato fuori dal locale, lui, che si conosce ed è conosciuto per esser troppo calmo, e non farsi mai coinvolgere.
Si sentiva scivolare velocemente su una discesa ripida, come succedeva a volte a quindici anni. E oggi, vicino ai trenta, gli bruciava insopportabilmente. In fondo però non era nulla, il problema vero era con Miriam, era che così non andava. Era svuotato, umiliato e sentiva rabbia, senza sapere contro cosa.
Quando arrivò a casa era sfinito, sia per il forte scarico nervoso che per la notte in bianco. Ne stava facendo troppe, e il giorno lavorava come sempre. S'addormentò di peso sul letto; un sonno brutto e pesante, ma efficace. Si svegliò alle quattro del pomeriggio del giorno dopo, e si obbligò a fatica ad andare in bagno. Mentre si trascinava per il corridoio sentì in cucina le voci della sorella e del ragazzo. Sara si stava infervorando in uno di quei suoi discorsi anti-imperialisti, semi-no-global, contro le multinazionali, contro la "logica della violenza e del profitto". Che palle! E poi le fissazioni femministe: perché ovviamente era tutta colpa dei maschi (bianchi, europei e americani in particolare, neo-colonialisti, sfruttatori, eredi degli schiavisti) se il mondo era com'era: le guerre, la fame, ogni cosa. Confrontò quell'immagine con se stesso. Certo non si sentiva così potente. Comunque adesso la voce squillante di Sara era quello che ci voleva per non pensare, per rientrare nel ruolo di fratello maggiore ironico e maturo, e farsi passare la sbornia.
"Ciao, coppia più bella del mondo!"
"Oh, il bello addormentato è risorto dal suo sonno secolare!" - "Salve, capo."
"Caffè?" - "Magari, Sarè."
Sara si girò verso il fornello continuando il discorso di prima: "... ma ti rendi conto? Israele sta occupando e bombardando i territori da vent'anni e loro sono terroristi! Ma come fa la gente a non vedere proprio la realtà? Che è nascosta solo dalle parole, non c'è niente che tu non possa sapere e capire, ma ascoltano tutti il discorso del potere…"
Michele si lasciò cadere di peso sulla sedia, massaggiandosi la fronte. In quel momento si riversò su di lui anche il piacere. Il doloroso piacere di quella sensazione sorda, che lo opprimeva come un collare, ma che non aveva bisogno di essere seguita, cercata, amplificata, sfruttata fino agli sgoccioli. Tutte le volte finiva per guardare nelle sue sensazioni come in barattoli di marmellata svuotati dai quali cercava di recuperare con affanno tutto quello che poteva essere rimasto attaccato alle pareti fino a stancarsi.
Quei due continuavano a chiacchierare. Li sentiva come sentiva il rumore del caffè...
... e continuano a parlare di guerra, ...sono passati a un'altra guerra adesso, da un'altra parte del mondo... Uno slalom veloce, un esercizio per le loro capacità retoriche, e poi che bello occupare le facoltà, tutti attorno a uno djembè, con tanti vestiti colorati, "alternativi", e fare campagna elettorale per una qualche sinistra, seguire le elezioni, coinvolgersi, vivere, a spese delle atrocità del mondo. Questo c'è da vivere adesso, qui, e viene sempre da Altrove, ed è diluito e filtrato e mediatico, ed ecco perché a volte senti qualche volontario, che se ne torna da qualche posto pieno di morte e sofferenza rigenerato perché "gli sono cambiate le priorità", la vita gli si è dimostrata per assurdo, e tutto continua così.
Michele pensa che la Guerra appartiene ai nonni, loro hanno diritto di parlarne. Appartiene al passato, a una dimensione altra, lontana, non concreta. Non sa nemmeno di preciso dov'è Israele, o il Ruanda, o l'Afghanistan, l'Iraq… D'un tratto però pensa che Miriam ha vissuto una guerra... e le dimensioni accreditate del tempo e dello spazio si confondono con la sua presenza qui, nella sua vita, prepotente eccessiva presenza, che lo porta Oltre i margini stretti della sua cerchia. E lei invece non ne parla mai…perché?
E vorrebbe sapere con una tensione nervosa, un dolore fisico, cosa fa e soprattutto cosa pensa Miriam adesso, darebbe l'anima per sapere, per sentirsi in contatto con lei, ma la sente lontana ed estranea, e non sa nemmeno immaginarlo.

Pensa a cose brutte, pensa in italiano per la prima volta, perché così le sembrano meno vere. Le parole italiane, cristalline, sottili, non hanno stessa forza di quelle che ha imparato prima di sapersi, che ha adoperato per la nascita del fratellino, per confidare alla madre cose che il padre non doveva sapere, per le mestruazioni e i misteri del sesso, per la guerra.
Pensa a cose brutte e più si sforza di non pensarci, più brutte sono. Quello che è più brutto è che si vede brutta lei, e debole. E' quasi una settimana che lui non la chiama, ma poi fa quello che ha fatto al Majorette, e la fa sprofondare in un'insicurezza ancora più grande. Al lavoro è diventato impossibile stare ed è impossibile andarsene. Con la madre e con la zia non può parlarne, non può dire loro la verità sul lavoro che fa e sul suo rapporto con Michele… non ha una rete di protezione e il fluire delle generazioni che scorrono l'una nell'altra e le formano è bloccato, perché lei è Altrove…
Ed ecco finalmente le lacrime. Quando cominciano, poi non vogliono più smettere di scendere su un viso gonfio che non sembra il suo nello specchio. Meglio abbassarsi, sotto allo specchio, sotto al lavandino, rannicchiata, e poi un parossismo isterico che non sa spiegarsi, lacrime lacrime che bruciano, le righe sul viso friggono come piaghe col sale, non riesce a farle fermare… e poi
Sangue. Si guarda incredula tra le gambe, perché prende la pillola e le mestruazioni le sono finite settimana scorsa... che ci sta a fare lì quel sangue? Tanto, liquido, come se se la stesse facendo addosso. Rosso rosso, scorre, non vuol saperne di smettere neanche lui, e lei lo guarda senza sapere che fare. E' la prima volta, così, in barba alla pacifica lunazione garantita dalla pillola. Rimane lì per un po', accucciata sotto la doccia, i crampi ci sono ancora, ma sono cambiati, adesso si muovono, come se la stessero impastando, le mani di un panettiere nervoso e rude. Ma almeno non è più la morsa stretta, immobile, degli ultimi giorni. E mentre si sente strizzare e prosciugare si sente però anche ammorbidire e alleggerire... e le cose brutte sono lontane, sfocate, non reggono il confronto con il rosso rosso vermiglio che ha deciso di farla addormentare esausta e scarica, finalmente libera da una perenne contrazione delle membra e dei pensieri. Così agisce l'antica saggezza della luna, corpo e cuore e spirito prima del pensiero che sa, del linguaggio.
Anche il pensiero di lui ha perso acutezza, ammorbidito anch'esso, e si sente slegata. Va al lavoro senza chiamarlo, non si sente di parlargli, non ora, domani, quando sarà meno stanca.
15 minuti sotto una doccia fredda e un bel po' di trucco. Al Majorette fa sempre buio.
Michela non c'è più, e al suo posto stasera c'è una ragazza nera, sembra africana. Quando entra la guarda per qualche istante, come fa con tutte le nuove arrivate. Non sa perché ma la sorprende. Perché le hanno sempre insegnato che l'Africa è da qualche parte fuori, scivolata giù dalla mappa del mondo. Nell'Europa dellEst l'Africa non esiste e viceversa, tutto s'indirizza e tutto viene dall'Occidente. E' qui che s'incontrano tutti i mondi, sottomondo, ed eccola lì questa nuova collega, al suo primo giorno, con quella rigidità appena percettibile, che capisce benissimo, è lì, in quel luogo che raccoglie, al buio, ciò che questo mondo vuole dimenticare di giorno.
E' una bella ragazza, ha lo sguardo dolce e leggermente ansioso, allo stesso tempo presente e assente, è una di quelle come lei. Anche su di lei il marchio dell'Altrove, e Fatuma potrebbe raccontarle di sua madre, di suo padre, e di una guerra imposta d'etnie e di religioni. Potrebbe dirle che il peccato più grande è togliere la speranza a qualcuno… Chi sa se è mussulmana, e questo pensiero la avvicina, in tenerezza, le ricorda la nonna.
Raffaele si avvicina e le dice: "Proviamo un po' di sere, l'ha portata il pianista, è nigeriana, mi sa, forse stava in mezzo alla strada.... Adesso vediamo come va con Giuseppe (il cliente abituale che sta parlando alla ragazza, sporgendosi verso di lei, che lo ascolta gentile però istintivamente si ritrae, è troppo evidente che è a disagio), ma secondo me non ci sa fare." - "Aspetta i tre giorni di prova.", risponde Miriam e sparisce verso il camerino perché i discorsi di Raffaele le danno la nausea e perché è un po' in ritardo, e non può permettersi nessuno sgarro adesso, perché è stata avvertita, non deve più permettere che succedano cose come l'altra sera o....
Quando esce, va subito nella saletta piano-bar, perché ha voglia di stare da sola. Lì ci sono solo il pianista e Romina. Romina è una ragazza bulgara, una signora in realtà, perché ha quasi quarant'anni, e dieci di night alle spalle. Lavora con pochi clienti abituali, è discreta, affascinante, e non beve, come la maggior parte delle veterane. Romina era riuscita a far di quella vita qualcosa di percorribile perché sapeva cantare. Era venuta in Italia con un contratto come cantante, dopo la caduta della cortina di ferro, poi si era innamorata di un italiano giocherellone e galante, ed era rimasta. L'unico lavoro che potesse mantenere lei e la figlia, e poi il secondo figlio, - avuto dal suo amore italiano, che si era poi disinteressato sia di lei che del piccolo - era stato questo. Però due sere a settimana cantava accompagnata dal pianista, e questo le dava uno status particolare. Altre volte mancava o arrivava in ritardo perché aveva una serata da qualche altra parte.
Guardando a Romina (come si chiamerà davvero? - quasi tutte usano un nome falso o adattato per il lavoro), Miriam proietta nel futuro la sua situazione attuale, perché in realtà un futuro vero e proprio, un'evoluzione, non riesce a concepirla. Non c'è mai riuscita. Le cose le sono sempre piovute addosso, e lei ha dovuto sopportarle, accomodarle, accomodarsi, ma non costruire le circostanze della propria vita.
Si avvicina al pianoforte e vi si appoggia guardando assorta i due; lui schizza qualche passaggio sui tasti, lei intona qualche frammento di melodia, commentano qualche autore, mettendo a punto la scaletta della serata. C'è qualcosa di molto bello nel sentirli, e stare vicino a loro.
Romina poi se ne va veloce, a prendere qualcosa nello spogliatoio, e allora il pianista si accorge della sua presenza. Lei, abbandonata e morbida, stasera, liberata dal rosso vermiglio, dice senza pensarci: "Mi piacerebbe cantare." - "Che cosa?", chiede lui, le mani sui tasti. La coglie alla sprovvista, perché lei aveva parlato così, in generale… "Non so, io non sono brava." Lui sorride:
"…Vediamo, Yesterday, la conosci Yesterday, dei Beatles?" - "Sì, penso di sì."
"Proviamo, vai", la incoraggia. Lei leva una voce piccola, tremula e infantile, stentatamente corretta nell'intonazione, forzata come se non volesse uscirle di bocca, e arrossisce, però continua a cantare, sciogliendosi poco a poco, e non si accorge quando arriva Michele, che ha chiesto scusa, chiarito, pagato, fatto ammenda, e finalmente entra.
Si ferma a guardarla un po' da lontano. Sta lì, clandestino come un criminale che torna sul luogo del reato, come fosse lì per la prima volta, venuto da altrove anche lui, e vedesse le cose amplificate e rallentate. Vede uomini a metà e donne storte, più vivi e più intensi di quelli del giorno… E vede, senza sapere, senza avere parole e concetti per quello che vede, ricchezza e povertà raccolte a combattere la loro guerra impari in quel luogo tabù che deve risolvere pulsioni represse nell'ipocrisia del giorno, uno dei luoghi amputati dal mondo perché vi si possano scaricare gli elementi che mettono in pericolo l'ordine del lavoro, del produrre, dei soldi di famiglie senza fondamenta. Ha sempre saputo che qui c'è una verità. Adesso comincia forse a intuire che questo posto nasconde l'insufficienza del giorno, la sua violenza. Vede il Nord e il Sud, riassunti in questo microcosmo squallido, vero. Comincia forse a sentire che le guerre del mondo sono luoghi in cui si scarica la logica della violenza e del profitto, in cui nessuno può incontrare il suo mistero, e non ci sono vincitori neanche tra i ricchi. Che Sara ha ragione, ma solo se arriva in fondo, al cuore delle cose, oltre le ideologie, e si immerge completamente, si trascende. E finalmente la cosa che dorme in lui può svegliarsi, ed è timidamente speranza.
Fa chiamare Miriam. Lei si siede al tavolo senza guardarlo, poi allunga la mano e beve un sorso dalla coppa di acqua frizzante con limone che fa da finto champagne. Con un gesto simmetrico, Michele prende le sigarette e ne accende una, poi le porge il pacchetto. Uno sforzo. "Come stai?" - "Sono stanca."
"Questa vitaccia che fai. Riposati. Metti la testa qui - indica la sua spalla - e dormi. Con me non devi lavorare."
Cos'è quella morbidezza improvvisa negli occhi di lei? Ma è poi vero che ha cambiato espressione o è un'impressione di Michele? Comunque lei gli ha obbedito, e lui rimane immobile per mezz'ora con la sua testa appoggiata sulla spalla, docile, docile, sua, ed è pace. La sveglia lui all'ora di chiusura e la riaccompagna a casa. Non sa di cosa parlare e le chiede dei visti, del permesso di soggiorno, e viene a sapere che lunedì deve andare in questura a chiederne il rinnovo.
"Andiamo insieme. Così passiamo anche al ristorante, ti faccio vedere dove lavoro io, ti faccio conoscere mia sorella, se c'è e facciamo colazione. Ti va?" Così facile.

Adesso sono lì, nella hall della questura, appoggiati al corrimano ad aspettare insieme a tutti gli altri e Miriam sente un senso di appartenenza che per la prima volta la lega a Michele in un modo diverso da quel fremito che, nello stesso momento in cui si distingue da tutte le altre sensazioni legate agli uomini del locale, è comunque compreso in quella cornice. E' stato superato un varco. Si rilascia, finalmente morbida, familiare, braccia lungo i fianchi, senza più reggere la borsa o i documenti stretti al petto, unica arma e unico scudo.
"Volio prendere lezioni per cantare, sai, volio saper fare qualcosa di bello."
"Ma tu sai ballare benissimo."
"Sì, però sono muta."
"Ma che dici?" Lei non risponde, come se fosse muta davvero, e abbassa lo sguardo, stanca di fare la fila, delle nottate in bianco, o di tutto insieme. E' tutto così nebuloso. Ma finalmente sente che c'è una possibilità, non più imposssbile. Avere un'esistenza solida, solare, che basta a se stessa, e non è sempre l'ombra di qualcos'altro, il fantasma di qualcos'altro, lo scarto di qualcos'altro. Il suo paese è tutto pervaso dal senso di non essere che un continuo stato di paura e precarietà senza futuro, surrogato di un destino che sta qui, nelle città ricche, luminose, senza buchi, che hanno preso per se tutta la speranza del mondo… e l'hanno nascosta così bene perché nessuno gliela sottraesse di nuovo, e così proibiscono ai loro figli di viverla, dandogli in cambio la comodità.
Ma ecco, nell'incontro, nell'incontro vero in cui si è disposti a cambiare, a fondersi con altri mondi condividendone i destini e creandone Altri insieme, e a rompere gli argini, ad andare oltre, si svela e si libera di nuovo, ed è possibile vivere. Vivere interamente. Una vita vera, piena, stretta stretta al cuore delle cose, al battito cardiaco del mondo.




Livia Claudia Bazu nasce a Bucarest nel 1978, da madre traduttrice e padre pianista. Nel 1990, a 12 anni, si trasferisce con la famiglia in Italia, a Montecatini Terme. Durente l'adolescenza pubblica sporadicamente sulla rivista per ragazzi UTOPIA. Nel 1997 si trasferisce ancora, questa volta da sola, a Roma, per seguire l'Università. La necessità di mantenersi agli studi e la passione per Roma le fa esplorare la città in nelle sue molteplici dimensioni, native e migranti. Nel 2003 si laurea in Letteratura comparata. Nello stesso anno si classifica quinta al concorso letterario Eks&Tra, con la poesia "Autobiografia". Attualmente sta conseguendo il dottorato di Ricerca presso l'Università per Stranieri di Siena, con una tesi dal titolo: "SIGNIFICARE ALTROVE. Contaminazione e creatività linguistica nelle realtà interculturali italiane." E' inoltre presidente dell'Asociazione interculturale "Roma Porto Franco", che opera organizzando eventi interculturali. Ha in preparazione il suo primo volume di poesie.



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