GLI IMMGRANTI

Eduardo Galeano


Una pietra,
un quadrifoglio,
un fiore che non aveva più né profumo né colore,
una scarpa spaiata
una ciocca di capelli,
una vecchia chiave che aveva perduto la sua porta,
una pipa che aveva perduto la sua bocca,
il nome di qualcuno ricamato su un fazzoletto,
il ritratto di qualcuno su una cornice ovale,
una coperta che era stata condivisa
e altre cose e cosette erano avvolte, fra i vestiti molto consumati
e lavati, nelle valige dei pellegrini. Non era molto quello che ci stava
in ogni valigia, ma in ogni valigia ci stava un mondo. Sbilenca, scon-
quassata, legata con lo spago o chiusa male da serrature rugginose,
ogni valigia era come tutte le altre, ma nessuna era uguale a nes-
sun'altra.
Gli uomini e le donne giunti da lontano si lasciavano portare,
come le loro valige, da una fila all'altra, e si stipavano, come le loro
valige, in attesa. Venivano da remoti paesini sperduti nella cartina
geografica dell'Europa, fuggendo dalla miseria e da altri orrori, e
dopo la lunga traversata erano sbarcati sull'isola Ellis. Erano a un
passo dalla Statua della Libertà che era arrivata un po' prima di loro
al porto di New York.
Sull'isola era in funzione il filtro. I custodi della Terra Promessa
interrogavano e classificavano gli immigranti g1i auscultavano il
cuore e i polmoni, gli studiavano le palpebre, la bocca e le dita dei
piedi, li pesavano e gli misuravano la pressione, la febbre, la statu-
ra e l'intelligenza.
Gli esami dell'intelligenza erano un disastro. Molti dei neoarriva-
ti non sapevano scrivere e riuscivano solo a balbettare parole
incomprensibili in lingue sconosciute. Per definire il loro quozien-
te intellettuale, le donne dovevano rispondere, fra le altre domande,
a come si spazzava una scala: si spazzava verso l'alto, verso il basso
o verso i bordi? Una ragazza polacca rispose:
- lo non sono venuta in questo paese per spazzare le scale
.



.

         Precedente    Successivo          Pagina precedente